venerdì 28 gennaio 2011

AD ALTA VOCE

La recensione di un articolo della prof.ssa Rosa Rosnati “Adozioni internazionali: quei figli venuti da lontano”- apparso in “Newsletter n° 73 del 18/01/2011 “di Famiglie per l’accoglienza- ci offre lo spunto per alcune riflessioni sulla formazione delle coppie in attesa di adozione. Molto bella ed efficace l’immagine usata dall’autrice per descrivere il legame adottivo: un innesto operato su una pianta madre, “così da congiungere ciò che è separato e che è per sua natura differente affinché questo scambio sia reciprocamente arricchente e possa essere pienamente generativo”.

La situazione italiana descritta dall’autrice sembra essere molto rassicurante: buona la preparazione di base, il grado di consapevolezza dei problemi che si dovranno affrontare, l’investimento dei neogenitori nell’educazione e nel sostegno dei figli e, non ultima, la disponibilità delle famiglie al confronto attraverso un lavoro di rete. È indubbio che in molti comuni italiani questo avvenga, purtroppo la nostra esperienza ci insegna che accanto ad alcune isole felici convivono situazioni del tutto opposte.
Per quanto riguarda la nostra realtà sappiamo che, mentre il disbrigo di tutte le procedure burocratiche in vista dell’adozione è snello e veloce -soprattutto se confrontato con la situazione italiana-, l’anello debole resta la preparazione delle famiglie e, in primis, degli operatori sociali. A nostro avviso sarebbe auspicabile una preparazione di base in grado di affrontare in modo incisivo le più importanti tematiche dell’adozione: il trauma dell'abbandono, le fragilità insite nel nuovo legame affettivo, la mancanza di autostima, l’estraneità vissuta all’interno della famiglia, i comportamenti di adattamento al trauma subito, la violenza contro sé e gli altri, il disorientamento dei genitori, ecc... Questi sono, per altro, solo alcuni dei temi da conoscere e sui quali confrontarsi tra famiglie, coadiuvati, al bisogno, da una figura professionale capace.
Le numerose situazioni di disagio, più o meno grave, in cui vivono molte famiglie adottive (la nostra è forzatamente una conoscenza parziale a causa dell’eccessivo pudore di molte famiglie a rendere pubblico il loro dolore) ci permette di segnalare quanto sia scarsa, ancora oggi, la consapevolezza dei problemi legati alla costruzione di un saldo legame di appartenenza con i propri figli adottivi.

Da dove partire
Viviamo in una società che enfatizza la scelta adottiva (“come siete bravi…”) e pone l’accento quasi esclusivamente sulla gioia del bambino (“come sei fortunato…”). È un grande abbaglio considerare l’adozione un punto d’arrivo, la soluzione di tutti i problemi: della coppia che vuole diventare una famiglia e del bambino che cerca nuove figure di riferimento. Se le cose stanno così, è facile capire che una famiglia con gravi problemi (e che problemi!) verrà facilmente giudicata inadeguata, incapace ad assolvere il proprio ruolo (“siete troppo rigidi.”, oppure, “siete troppo permissivi”, “non mettetela giù dura: i vostri sono i problemi di tutti i genitori!”). Ancor più grave l’atteggiamento nei confronti dei figli adottivi ribelli, facilmente etichettati come “ingrati” o “irriconoscenti”, incapaci di apprezzare la fortuna di essere stati accolti in una famiglia e in una società che ha offerto loro una seconda occasione (“Invece di contestare i tuoi genitori dovresti amarli di più”). La sola ricetta, offerta in tutte le salse, rimane solo e unicamente l’amore. “Con l’amore risolverete tutto!”.

L’amore è fondamentale ma da solo non basta, occorre la consapevolezza e la conoscenza dei problemi che si dovranno affrontare, primo tra tutti costruire un legame di appartenenza con dei bambini/ragazzi traumatizzati dalla rottura del primo e più importante legame: quello con la mamma naturale.
I figli adottati sono figli traumatizzati. Entrare in relazione con una persona traumatizzata non è facile soprattutto se lo si fa da ignoranti, nel senso letterale del termine: ignorando le modalità di approccio e le dinamiche comportamentali…
Non si capisce bene perché -parafrasiamo le parole di Nancy Newton Verrier, “Coming Home to Self.The Adopted Child Grows Up”- tutti sono disposti a riconoscere il perdurare negli anni degli effetti traumatici di un bombardamento aereo o di un incidente o di una violenza e, al tempo stesso, sono convinti che il trauma dell’abbandono si risolva per magia trovando al bambino una nuova famiglia accogliente. La perdita della madre è la perdita più grave che egli ha patito; è un’esperienza estrema, devastante. Il venir meno della sua figura di riferimento (la madre), lo getta in uno stato di profonda angoscia, paura, terrore. Gli viene meno la figura in cui rispecchiarsi, colei che è in grado di sedare le sue ansie, di placare le sue emozioni, di trasmettere sicurezza e autostima. Quante volte abbiamo sentito dire :”se prendi un bambino piccolo non si ricorderà certo della sua mamma!” Non è vero che i bambini molto piccoli non hanno ricordi: non essere in grado di verbalizzare non vuol dire non avere ricordi. Questi sono ben presenti nella memoria implicita e influenzano la loro vita di bambini, ragazzi e adulti, soprattutto nelle relazioni interpersonali: con i genitori, con i compagni, con gli insegnanti, con l’innamorata…con il datore di lavoro.

Di questo passato si possono avere ricordi (storie da raccontare e condividere) oppure grandi amnesie, una specie di buco nero: "un fuoco che può esplodere all'improvviso e divorarti". L’espressione virgolettata é quella usata da una mamma adottiva in occasione di un incontro pubblico in Ticino.
Io penso spesso per immagini” -ci racconta Fausta nostra portavoce nella puntata di “Storie” del 16 gennaio scorso- “. L’immagine che ho del bambino che entra nella nuova famiglia è quella legata ai miei figli, allegri e baldanzosi, con una grande valigia invisibile al seguito. Dentro c’è tutto il loro mondo: l’esperienza di 1000 e 1000 giorni + i 9 mesi trascorsi nella pancia della mamma. Nessuno di noi si accorge della valigia che subito viene riposta sotto il letto. Ogni tanto viene socchiusa…qualche sbirciatina, ma tutto finisce lì. Fino a quando, all’improvviso uno dei due decide di aprirla e, dopo aver scaraventato tutto per terra, inizia a farne l’inventario”. Attenti all’onda d’urto: è l’adolescenza.

Al di là di quelli che possono essere i ricordi personali, le singole esperienze (ogni ragazzo è sempre un caso a sé, come ci insegna la dott.ssa Artoni), ciò che li rende uguali è la sensazione di non appartenere a nessuno, di essere dei migranti. “Chi non ha passato non ha futuro” ci ricorda l’amica di Salete nel documentario televisivo (“Nata a 7 anni”).
http://la1.rsi.ch/home/networks/la1/cultura/Storie/2011/01/17/manini.html?selectedVideo=2#Video
Rivoltati come un calzino
Adottare un bambino ha cambiato a tutti noi la vita, ne siamo usciti rivoltati come un calzino: è un’esperienza esaltante, ma, va detto subito, molto ma molto difficile. Non vogliamo scoraggiare l’adozione, vogliamo solo dire che trasforma, arricchisce, permette di capire meglio se stessi. È un percorso che dura tutta la vita e che parte dall’elaborazione di tre grandi lutti: la perdita della madre, la sterilità, la perdita del figlio.
Parlare di adozione vuol dire affrontare i problemi del bambino, della famiglia adottiva e della madre naturale, che la società spesso etichetta come “indegna”, senza mai chiedersi cosa avrebbe dovuto fare per lei per sostenerla, permetterle di crescere i propri figli. La madre naturale resta un fantasma, ma è con lei che i nostri figli si dovranno riconciliare ed è giusto che possano contare sul nostro aiuto e sostengo.

L’adolescenza
La voglia di autonomia riattiva i vissuti dell’abbandono: dal buco nero emergono all’improvviso, sollecitati talvolta da immagini televisive, film, libri, discorsi con amici, nuove esperienze, i fantasmi del passato, che fluttuano sotto forma di immagini dissociate, di emozioni. Un grande caos che fa paura e da cui si viene risucchiati: un vero e proprio incubo. La forza è dirompente perché i ragazzi rivivono sulla loro pelle il trauma dell’abbandono come se si verificasse in quel preciso momento. Non avendo avuto un’esperienza pre-traumatica non possono sapere come si vive senza questa angoscia. Le credenze errate “se mia madre mi ha abbandonato ci deve essere qualcosa di tremendo in me”: offrono nuove giustificazioni ai comportamenti antisociali, che aprono la strada alla fuga da casa e alla ricerca di esperienze forti, estreme, le sole che fanno sentire vivi.

La ricerca della nuova identità, comune a tutti i ragazzi, è resa ancora più difficile dal fatto che il legame di attaccamento con i nostri figli non è ancora sufficientemente solido ed essi non hanno ancora interiorizzato i nostri schemi comportamentali e i nostri valori. È per loro un momento di grande caos. Si trovano a dover fare i conti con il loro abbandono senza gli strumenti adatti. È un periodo durissimo. Sono le madri in particolare ad essere messe in difficoltà. Per le nostre figlie femmine costituiamo -parafrasiamo ancora Newton Verrier- “una grave minaccia”: così diverse da loro, “così amate, odiate, criticate, ignorate”. Le nostre figlie vogliono relazionarsi con noi da una posizione di forza, e lo fanno mostrando collera e ostilità, invece di affetto e collaborazione. Noi vorremmo mollare un po’ le briglie ed assumerci il rischio di offrire loro una maggiore autonomia, ma queste reazioni ci spiazzano: non vogliono essere controllate ma non sono in grado di controllarsi, o meglio di lasciarsi controllare dalla loro parte adulta e cresce la voglia di trasgressione, di buttarsi via. Se noi molliamo, confermiamo la potenza della loro carica distruttiva e aumentiamo la loro paura. In questo modo si radicalizzano le convinzioni errate (”Se sono stata abbandonata c’è qualcosa di terribile in me”) che producono false certezze (“sono indegna d’amore, sono senza meriti”) che compromettono le relazioni interpersonali.

Spesso i nostri ragazzi hanno bisogno di un aiuto per dare un nome alle loro emozioni e per capire le conseguenze che le loro azioni hanno sugli altri. Il fatto di non essere riusciti da bimbi, con le loro urla e con i loro pianti disperati, a far riapparire la mamma, li ha convinti di non avere nessun effetto sugli altri, di essere invisibili.

Sarebbe estremamente utile che i genitori adottivi venissero seguiti anche nella fase post adottiva e venissero informati di tutti questi problemi È importante il lavoro di prevenzione; non bisogna pensare che si possa intervenire, altrettanto efficacemente, quando i problemi sono già esplosi. “Parlo di esplosione -dice un genitore adottivo- perché in alcuni ragazzi avviene proprio questo: quando la rabbia compressa esplode, c’è una vera e propria deflagrazione. Il nostro compito è reggere l’onda d’urto. Resistere.”. (Marco Mastella, Sognare e crescere il figlio di un’altra donna”)

La condivisione aiuta a placare l’ansia, a ritrovare l’equilibrio. In questo modo siamo di aiuto non solo a noi, ma anche ai nostri figli (se stiamo bene noi, stanno bene loro e soprattutto imparano da noi a non aver paura a chiedere aiuto). Condividere le esperienze facilita la comprensione dei problemi e aiuta a capire i comportamenti dei nostri figli. Ogni ragazzo elabora risposte diverse: c’è chi ostenta spavalderia, onnipotenza; c’è chi appare apatico, spento, disposto a sopportare tutto, a non reagire. In comune hanno una visione ostile del mondo, frutto delle loro prime esperienze e non avendo ricordi felici del passato non sanno che è possibile vivere senza le loro angosce e paure.

È importante tenere presente sempre che anche nelle situazioni più gravi, più difficili, in cui i figli scelgono comportamenti devianti, asociali o violenti, i nostri figli ci amano -questo l’abbiamo imparato tristemente dalle nostre esperienze-. Quello che si è improvvisamente rotto, o forse non è mai stato completato, è il legame di appartenenza alla famiglia e in quel momento il sentirsi altro, il non vedersi rispecchiato negli occhi del genitore, ha il sopravvento.

È vero, non è facile capire. Ma molte loro prese di posizione diventano comprensibili se interpretate come risposta al trauma subito. Alcuni loro comportamenti ci sembrano anormali, ad esempio mandare a monte un progetto proprio quando si sta per realizzare (con tutte le conseguenze del caso, giudizi morali inclusi: “sono degli scansafatiche, degli irriconoscenti, se solo volessero!”), ma sono la sola risposta che conoscono. Non stimandosi sono convinti di poter raccogliere solo fallimenti: “ preferiscono fallire e riprendere la solita vita di merda, che affrontare cose che non conosco”, dice alla mamma adottiva un ragazzo apparentemente sicuro di sé. Il terrore del cambiamento immobilizza l’azione, vanifica ogni progetto e conferma nel ragazzo l’errata convinzione che ogni cambiamento, e dunque anche la possibile felicità, porti con sé un male maggiore. “Non sono i loro comportamenti ad essere anormali , è anormale la loro esperienza di figli feriti” (Nancy Newton Verrier, op. cit).
È una ferita che ha effetti anche nel corpo e si manifesta con disturbi, talvolta cronici, in molti dei nostri figli: tachicardia, pressione alta, sonno disturbato, irritabilità, problemi gastro-intestinali e altro ancora.

La dimensione sociale della genitorialità
“L’adozione, scrive la Rosnati, manifesta in modo evidente la dimensione sociale della genitorialità e si fonda sulla profonda e reciproca connessione tra famiglia e sociale: essa nasce proprio come risposta del sociale nei confronti dell’infanzia abbandonata. I genitori nell’adozione svolgono un compito che è a maggior ragione socialmente rilevante: garantire a un minore che ne è privo un contesto di crescita adeguato. Da qui scaturisce anche la responsabilità che il sociale è chiamato ad assumere nel sostenere le famiglie attraverso le diverse tappe del percorso adottivo”(...) L’adozione “è una sfida cui si può fare fronte nella misura in cui la famiglia è capace di aprirsi all’esterno, costruire legami e tessere, una rete che possa sostenerla negli inevitabili momenti di difficoltà e il sociale (enti autorizzati, associazioni familiari, scuola, servizi del pubblico e del privato sociale) è in grado di offrire quegli interventi che consentono di attingere pienamente e di mettere a frutto tutte le numerose e preziose risorse (individuali, relazionali e sociali) di cui, come abbiamo visto, le famiglie dispongono”.

Di nostro aggiungiamo il bellissimo proverbio africano: ”Per crescere un figlio ci vuole un villaggio". Sta a noi, innanzitutto, sentirci parte del villaggio attraverso la costruzione di una rete di rapporti sociali basati sulla fiducia e sulla cooperazione. Vuol dire essere meno autosufficienti e più disposti ad imparare dagli altri. Vuol dire far emergere una nuova idea dell’adozione che entri nelle scuole, negli uffici, nelle fabbriche, nei centri ricreativi e in quei luoghi, tristemente noti, dove alcuni dei nostri ragazzi, i più feriti, stanno pagando i loro debiti.

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