mercoledì 25 novembre 2020

"Si può essere un buon padre?"


Riceviamo da Famiglie per l'Accoglienza questa interessante segnalazione.


Il prossimo lunedì 30 novembre alle ore 21:00 è organizzata dal Centro Culturale della Svizzera italiana la presentazione del libro"Si può essere un buon padre?" di Roberto Laffranchini.

L'incontro sarà visibile sul Canale Youtube del Centro Culturale della Svizzera italiana






martedì 24 novembre 2020

La costruzione dell'io: dal trauma all'abbandono. Incontro con Manuel Bragonzi

Breganzona, martedì 22 ottobre 2020, sala multiuso scuole elementari

"La bellezza mi ha salvato, l'adozione mi ha donato il sorriso e l'amore

Incontro con Manuel Bragonzi, fondatore e presidente ANFAD e autore, insieme a Marcello Foa, del libro "Il bambino invisibile, una straordinaria storia vera" (2012)

https://anfad.it /https://it-it.facebook.com/pages/category/Adoption-Service/ANFAD-Associazione-Nazionale-Figli-Adottivi-328127287776736/

Trascrizione audio

Vorrei iniziare con leggervi un testo che ho scritto sull’adozione.

"Che cos’è l’adozione? L’adozione è bellissima. L’adozione è il sorriso di tuo figlio piccolo che ti guarda con gli occhi pieni di affetto, quello vero, sincero, che non ha maschere. L’adozione è l’abbraccio di tuo figlio, che ti stringe con tutto l’amore che può dare il suo piccolo cuoricino, e tu genitore ti sciogli; tu mamma ti commuovi davanti a tanto amore infinito e libero. L’adozione è quando tuo figlio ti guarda e ti chiede:“Ma tu ci sarai per sempre?” e non potrai far altro che stringerlo a te con tutto l’amore che puoi dargli, per fargli capire che ci sarai sempre, per sempre. L’adozione è amore; l’adozione è un per sempre. L’adozione è quando tuo figlio è più grande  e i suoi ricordi si fanno coscienti, presenti, forti. L’adozione è quando tuo figlio soffre di giorno, spaccando tutto ciò che incontra, immaginando di dare fuoco al mondo per tutto il dolore che sente dentro il suo corpo e sembra che il suo cuore si frantumi in mille pezzi. L’adozione è quando tuo figlio soffre di notte, piangendo in silenzio sotto le coperte, ricordando i soprusi, le violenze subite, ricordando la mamma, ricordando l’abbandono, ricordando la morte. L’adozione è la rabbia di tuo figlio che non riesce a placarsi e cerca ovunque un qualcosa che possa farlo stare calmo, sereno; che cerca ovunque un qualcosa che gli faccia passare il dolore. L’adozione è il genitore che vede tutto e  si sente impotente. E’ la mamma che vorrebbe abbracciare ancora il figlio ma viene allontanata: è grande. L’adozione è vedere la sofferenza di  tuo figlio e non sapere come rimettere insieme i mille pezzi del suo cuore. L’adozione è il genitore che di notte piange, in silenzio, sotto le coperte. Non c’è cosa più straziante che vedere e sentire il dolore di tuoi figlio e di essere lì a guardarlo senza sapere cosa fare. L’adozione è dolore, l’adozione è fatica del cuore. L’adozione è sofferenza, l’adozione è amore. Tutte le cose belle costano, l’adozione è di una bellezza così infinita che anche il suo prezzo a volte è illimitato. Ma il dono che ti porta è un amore così grande che ha al suo interno tutto: dolore, sofferenza, fatica, sorriso, gioia e ancora amore. L’adozione è vita, l’adozione è tutto nel corpo di tuo figlio; l’adozione è tutto nel corpo dei genitori.”


La mia storia parte dal primo ricordo che ho: ricordi di mia mamma, Isabèl, che è stata uccisa da quello che poi ho scoperto essere mio nonno, quando era accanto a me. Avevo tre anni. Per cui l’unico ricordo che ho di mia mamma è proprio questo momento. 

Dopo il suo assassinio mi tenne con sé mio nonno, questo anziano, il quale per due anni mi fece di tutto. Mi svegliava frustandomi dalla mattina alla sera, mi teneva chiuso in casa, mi picchiava, mi faceva di ogni; e anche quelli del villaggio, perché io vivevo in un villaggio del Cile degli anni ottanta in pieno regime Pinochet, e questo villaggio subiva ovviamente quella situazione e quindi i contadini - era un villaggio di campesinos - bevevano dalla mattina alla sera per sopportare la fame. I contadini guadagnavano trenta pesos al mese, che vuol dire 60 euro al mese, per cui mangiavano pochissimo e per sopportare la fame bevevano. Ubriachi dalla mattina alla sera, per cui la violenza era all’ordine del giorno e io ero il bambino di nessuno, il figlio di nessuno, per cui non voluto dai ragazzi, dai bambini, dagli adulti.
Ogni volta che cercavo un approccio con qualcun altro subivo delle violenze. Quindi dopo due anni, stanco, avevo cinque anni, bruciai la casa: diedi fuoco alla sua casa, del veccho, che viveva con sua moglie e con un’altra donna, che probabilmente era mia zia. Dando fuoco alla sua casa in modo fortuito, perché io non volevo dare fuoco, stavo giocando solamente con dei fiammiferi, una sera, quando non so come mai nella casa del vecchietto si erano messi a fare una festa: tutti ubriachi naturalmente ed io, chiuso in una stanza, mi misi a giocare con i fiammiferi e i panni stesi e da lì prese fuoco tutta la casa e da lì, dalla casa, prese fuoco  tutto il villaggio. Diedi fuoco praticamente a tutto il villaggio. Quindi loro ubriachi, ancora in festa,  non mi notarono quando scappai e fu la scena più bella, forse la prima scena più bella che abbia mai vista, perché da lontano, dietro i cespugli, osservavo di notte il fuoco del villaggio e per la prima volta vidi delle persone che, insieme, stavano facendo qualcosa: spegnere l’incendio. Quindi c’erano i ricchi proprietari terrieri e i contadini che cercavano di spegnere l’incendio insieme: dal pozzo al villaggio per spegnere il fuoco. Ed era un’immagine bellissima perché per la prima volta ho visto qualcuno che, insieme, faceva qualcosa.

Decisi in quel momento di andare a vivere nel bosco. Perché ogni tanto ci andavo quando riuscivo a scappare da quella casa ed era un luogo che mi piaceva tantissimo, perché c’erano tante meraviglie, dal profumo degli eucalipti, agli uccellini, ai ruscelli, al verde. La natura mi piaceva tantissimo. Per cui in modo istintivo, in quel momento, decisi di andare a vivere nel bosco e a cinque anni scelsi l’albero più bello: un albero gigantesco e lo scelsi come casa e iniziò la mia avventura non tanto sulla sopravvivenza ma per capire chi ero io. Ho iniziato fin da piccolo, in modo incosciente prima, perché ero piccolissimo, a cercare di capire chi ero io nel mondo, in quella realtà. Quello che mi accorgevo da subito era che ero affascinato dalla bellezza della natura, una cosa che io non avevo scoperto vivendo al villaggio. Per me il villaggio era il male assoluto. Per me gli uomini erano la mente cattiva, il male, anche loro, e lì invece vedevo la bellezza, vedevo la naturalezza delle cose: i passeri che cantavano allegri, tutti gli animali che c’erano nel bosco, le piante, gli alberi. Ero affascinato da tutto; avevo conosciuto la bellezza finalmente. Per cui, come una persona esterna che guarda il mondo davanti a sé, ho iniziato ad avvicinarmi sempre di più, appunto come uno spettatore, inizialmente. Poi, con il passare del tempo, con il passare dei mesi, pian piano mi immergevo sempre di più nella natura. Ero diventato sempre più selvaggio e domandandomi, proprio perché io ricordo le domande che mi facevo: “Ma io chi sono?”, non volevo essere come gli altri, quelli del villaggio, però mi accorgevo che non ero come le cose che vedevo davanti a me. Non ero un albero, non ero un uccellino; “Ma io chi sono, quindi?”. E questo percorso mi ha aiutato a capire, sempre di più che ero parte integrante di quella natura. E mi ricordo benissimo, ormai ero grandicello, otto anni, il momento in cui capii, perché mi guardai le gambe ed i piedi e talmente erano sporchi che non riuscivo a capire il confine tra i piedi e la terra e la mia carnagione era molto più scura di adesso, ero abbronzato quindi sembravo dello stesso colore degli alberi. In quel momento mi sono sentito proprio parte integrante della natura, cioè io ero natura e quindi il ragionamento fu facile, semplice. Mi dissi proprio che, se io ero parte della natura, se ero parte integrante di questa bellezza, ero bello anch’io. Era una conseguenza facile, e quindi se ero bello anch’io, che evidentemente sono un uomo, forse la possibilità di bellezza c’è anche per gli altri, anche per quelli del villaggio, anche per le persone che vivono nel mondo. E questa speranza di bellezza mi ha cambiato totalmente la visione di me stesso e di tutta la vita. Sapere che comunque la bellezza esiste, che io ne faccio parte e che gli uomini ne fanno parte, ti dà una speranza fortissima. Per cui tutto quel dolore che io avevo provato, il ricordo di mia mamma, le violenze subite che ogni giorno mi accompagnavano nei ricordi, avevano tutto un altro sapore. C’erano, esistevano, non è che sparivano, però davanti alla bellezza erano niente. Il dolore passa, le ferite della cintura sulla mia pelle sono passate, c’erano le cicatrici, però la bellezza rimaneva. Questa consapevolezza mi ha dato tanto, tantissimo.

E proprio quando sono arrivato a questa consapevolezza vidi due carabinieri, i carabineros, che erano arrivati a cercarmi e trovandomi mi portarono davanti a quello che doveva essere mio nonno, chiedendo se ero io. Ecco, mi sono detto, allora è stato lui, perché mi ricordavo che il giorno prima avevo visto questo vecchietto andare alla cabina telefonica, l’unica che c’era nel villaggio e che non veniva mai utilizzata perché non c’era un legame con l’esterno, e ebbi la percezione,  in quel momento, che lui stesse chiamando per me. Non so come mai, fatto sta che il giorno dopo arrivarono i carabinieri e portandomi da lui, una volta che fu confermato che ero io il bambino, mi portarono via. Io felicissimo perché per la prima volta vedevo delle uniformi. Ero stupito: per la prima volta ho visto un furgoncino, una macchina che non avevo mai visto in vita mia e addirittura mi avevano messo davanti! Quindi gioia infinita. Io ero così, vivevo le novità, tutto ciò che era nuovo, con gli occhi della bellezza, costantemente. Mi portano all’inizio in un centro militare e dopo una decina di giorni mi portarono in orfanatrofio. avevo otto anni. Hanno cercato di curarmi come potevano, perché ero pieno di malattie parassitarie, dalla tigna ai vermi, avevo anche le verruche; ero veramente conciato male e non so quanto tempo potevo resistere in quelle condizioni nel bosco. 

E quindi è arrivato tutto nel momento giusto, è arrivata questa cattura quando ero consapevole di me stesso, quando probabilmente anche la mia resistenza fisica non poteva andare oltre. Sembravo un bambino di quattro anni, non di otto anni. Dell' orfanatrofio in realtà non ricordo molto e dopo sei mesi, una notte, sognai due persone che venivano a prendermi. Per cui al mattino mi alzai velocemente, andai a fare la doccia, misi i vestiti più belli che avevo, e non erano così belli, ed ero pronto  ad attendere queste due persone che sarebbero venute a prendermi. Quindi, quando arrivò la suora a chiamarmi, le dissi di non dirmi niente perché sapevo già tutto. Quindi mi portò nella stanza della madre superiora e vidi queste persone, un uomo e una donna. La madre mi disse, mi informò che arrivavano da lontano, da un paese lontanissimo e che erano arrivati lì perché volevano diventare i miei nuovi genitori e mi chiese se li volevo.

“Ma tu li vuoi?”. "Sì", dissi: un sì in un tono molto basso ma deciso. Io li avevo guardati, perché noi siamo abituati a guardare le persone negli occhi e a capire nella loro anima come erano fatti. Perché, abituati alla violenza, capiamo chi è violento e io li avevo visti ed erano delle belle persone; gli occhi agitatissimi perché erano tesissimi e aspettavano la mia risposta. Erano tesi, tesissimi e, appena dissi di sì, si alzarono in una frazione di secondo e mi abbracciarono e mi strinsero e in quella stretta, in quell’abbraccio così forte, in quella passione che ci hanno messo, anche nel baciarmi, nel toccarmi, nell’accarezzarmi, e lì, in quel momento, ho capito di essere figlio, che era il desiderio più grande che avevo, ovviamente, in tutti quegli anni di solitudine.

Da quel giorno io ero figlio e iniziò un’avventura di conoscenza con i miei genitori perché noi, io ero grandicello, otto anni, anche se ero libero nel rapporto con loro fin da subito, il rapporto doveva essere costruito nel tempo. Nessuno conosceva la mia storia, come ero cresciuto in quei tre anni prima di conoscerli, per cui anche loro non sapevano niente di me: io ero un selvaggio, non ero abituato a nessun tipo di imposizione, ero libero, facevo quello che mi passava per la testa, correvo a destra e a sinistra, per cui anche loro dovevano cercare di capire chi fossi. Mi ricordo, loro lo hanno raccontato anche in un’intervista, che eravamo seduti su una lastra, ai bordi di una vasca, una fontana, a Santiago, e c’erano dei pesci e mio padre per parlare con me disse ha detto “Ma va che bei pesci che ci sono nella fontana” e io sono entrato e ne ho preso uno al volo. Lui schifato, e anche mia madre, mi ha detto di ributtarlo in acqua e io ci rimasi male: “Ma scusa, se ti piace perché non prenderli?”. Era una continua contraddizione della società. Perché io non ero abituato a stare nella società, ero abituato a fare quello che la bellezza mi portava a fare e, quindi, se ti piace qualcosa la prendi.
Rimanemmo poco in Cile. Io all’inizio mi ricordo il primo litigio che feci con i miei genitori perché io volevo stare nell’acqua del torrente e loro mi dicevano le solite cose, le menate:” Ti bagni troppo, eccetera. Ma scusa cosa vuoi da me? Adesso sono in acqua, mi sto divertendo!”. Per cui era iniziato il primo rapporto di litigio. Io non abituato, stavo in silenzio con la faccia scura. Ma la cosa bella è che c’era in noi, comunque, un amore palese. Si vedeva che c’era un attaccamento naturale tra noi.

Arrivammo all’aeroporto e mio padre mi disse: “ Questo è l’aereo più grande del mondo, è un jambo”, in Cile “mais grande”. Mi stavo accorgendo che stavo andando via dal Cile, da quella terra che io ho conquistato con il mio sangue  - io sono caduto anche da un albero, lì sono altri anche 20-25 metri, e io ero su che giocavo da un albero all’altro rincorrendo  i passeri e in uno di questi salti ho mancato un ramo e, cadendo, mi sono spaccato un braccio - per cui veramente con il sangue mi sono conquistato quella vita lì in Cile, quella terra. Ora stavo andando via e il loro dire che in Italia è più bello. No!!! Il Cile era più importante e quindi mi ritrovo sul sedile dell’aereo e sorvolavo le Ande in braccio a mia mamma e quindi guardavo le Ande, le montagne che io vedevo da lontano nei campi, quei vulcani innevati, e mi veniva il magone perché, cavolo, stavo venendo via dalla mia terra. Ma, come ho detto prima, ero in braccio a mia mamma e quindi guardavo giù, guardavo lei, guardavo giù, guardavo lei e adesso ero in braccio a mia mamma e allora mi sono rilassato.

Arrivati in Italia, tutto era diverso. Mio padre mi portò alla macchina: ero felicissimo!  Mio papà aveva la macchina, “tiene carro!” e quindi ero orgoglioso: una Ritmo 60 super;  le ricordo tutte: dopo aveva preso una Regata 100 super a iniezione elettronica . Ero contentissimo. Tutte queste novità: il giro nelle case diverse, tantissime macchine e, come ho detto prima, ero felicissimo, accoglievo ogni cosa che vedevo. Non è che ero spaventato, perché arrivavo dal nulla: ero felice perché vedevo delle novità e queste novità mi piacevano. Arrivati a casa mio papà accese la televisione e io mi sono spaventato. Era la prima volta che vedevo la televisione per cui, come nei films i selvaggi, sono andato anch’io dietro per vedere da dove venivano quelle immagini.
La prima cosa che feci è stata costruirmi una fionda perché io con la fionda mi procuravo da mangiare, mangiavo i passeri. Quindi chiesi a mia mamma dov’erano i coltelli, anzi prima le chiesi un elastico, un po’ di stoffa e poi le ho chiesto ”Dove sono i coltelli?”. “Di là, in cucina e quindi, senza che lei riuscisse a fermarmi, sono andato subito a prendere un coltello e sono uscito di casa. Mi sono arrampicato su un albero, scelsi il ramo più bello e mi costruii la fionda in un batti baleno. Mio padre mi vedeva dal balcone, per strada ad ammazzare tutti i piccioni e scese a correndomi  dietro a spiegarmi che in Italia non si poteva fare una cosa del genere. Io ovviamente non sapevo ancora nulla, e dopo un  po’ di tempo, non so se due settimane o giù di lì, a tavola, a cena, dissi proprio così: “Sai che mio nonno ha ammazzato mia mamma”. C’è stato questo silenzio (lo stesso registrato in sala) e quindi hanno iniziato ad indagare, a farmi delle domande. Il giorno dopo ero dallo psicologo. Però sono stati comunque tranquillizzati, dicendo che stranamente sono sano di mente e non so come mai ero riuscito a fare quello che vi ho detto: a prendere atto della bellezza da solo, a costruirmi come una specie di  filtro, una ragnatela che  prendeva  il bello, lasciando il brutto fuori. Per cui hanno detto ai miei genitori di stare sereni, che questa cosa stava funzionando.

Mi portarono a scuola perché a quei tempi non c’era la maternità per l’adozione e i miei genitori dovettero andare al lavoro dopo circa due settimane, più o meno. Anche la scuola è stata un bell’ impatto, anche se quello che mi sembrava più strano erano proprio i bambini, che erano completamente diversi da me: non la carnagione, ovviamente io ero più scuro  come sudamericano, più di oggi perché con la nebbia mi sono scolorito. (Ero diverso) perché allora avevo la tigna, ero rasato a zero, avevo i buchi in testa. E loro mi sembravano stranissimi nell’atteggiamento con la realtà e con la vita, nell’atteggiamento tra di loro, nel rapporto che avevano tra di loro e mi sembrava strano che non capissero l’importanza di avere qualcuno accanto, di avere un’amicizia. Io non ne avevo. Quando venivano i genitori a prenderli facevano sempre i capricci, li trattavano male, e anche lì io non capivo come mai. Hanno il dono dei genitori e li trattano in questo modo, ma perché? E quindi non capivo, non riuscivo proprio a comprenderli, sembrava proprio che avessero delle priorità diverse dalle mie e poi piangevano per ogni cosa, si facevano male e piangevano, perdevano un gioco e piangevano, un altro spingeva e piangeva. Erano per me dei bambini stupidi. Però io ho dovuto fare una scelta. Vedendoli così diversi, io cosa potevo fare? O annullavo un po’ quello che ero io, mi nascondevo per stare con loro, oppure rimanevo me stesso e stavo da solo. E siccome di stare da solo non avevo più voglia ho iniziato a mettermi una maschera, a nascondere quello che ero io realmente; a stare più vicino a come si comportavano loro, cercando di essere anche il più bravo nelle attività sportive perché quelle mi venivano facili. Ero sempre stato allenato per cui nel calcio, nella corsa, in qualsiasi tipo di gioco, dovevo essere il più bravo. Essere il più bravo voleva dire essere riconosciuti, essere guardati: perché essere guardati è una delle cose che ci preme di più. E questa maschera io ve lo dico che è una delle cose più importanti del mio percorso qui in Italia. Perché poi io andavo abbastanza bene a scuola perché mia mamma era un’insegnante di lettere, per cui mi seguiva sempre: ho imparato l’italiano in frettissima, a scrivere velocemente e lei mi ha proprio insegnato tantissimo; aveva le qualità e a me piaceva imparare: ero una spugna, un cervello vuoto che doveva essere riempito e così mi piaceva tantissimo e così le elementari e le medie. Anche lì, alle medie, la maschera diventava più forte. Stavo sempre di più vicino ai miei compagni, cercavo di essere quello più spiritoso, quello più simpatico, l’amico del gruppo che tutti volevano e anche nello sport ho annoiato un po’ tutti perché io vincevo sempre e a fine anno c’erano sempre le gare della scuola, per cui le medaglie tutte a me. Arrivato al liceo diventava tutto più difficile perché lì da adolescente si studiano anche i poeti più importanti, ci si fanno le domande. Chi legge Leopardi non può non farsi le domande e quelle domande erano le mie. 

Per cui: " Chi ero io dietro a quella maschera?". I miei compagni non mi conoscevano, non sapevano chi fossi io dietro a quella testa, a quel volto. Ero solamente il ragazzo semplice e simpatico, vivace, che se lo trattavi male venivi picchiato. Buono ma con chi era bullo picchiavo: i bulli li picchiavo tutti e difendevo i più deboli,. Per cui anche i bulli per me erano uno sfogo: picchiare i bulli, picchiare quelli che si sentivano più grossi.
Io mi svegliavo al mattino con questo ricordo di mia mamma; quindi ogni mattina ripercorrevo quei metri che ci avevano portato al vecchietto. Ogni mattina vedevo la morte di mia mamma Quindi  arrivavo a scuola, io ero in prima liceo e andavo da quelli del quarto, quinto anno, ovviamente molto più grandi, li offendevo e mi facevo picchiare. Ero bravo in questo. Comunque reagivo ad un’ offesa, oppure loro iniziavano a picchiarmi e io rispondevo. Non partivo mai per primo: c’è una sorta di regola. E quello era il mio sfogo e comunque quella maschera era così forte che non sono mai riuscito a parlare  con qualcuno di me, di quello che ero io realmente, di come vedevo la vita veramente; forse qualche volta, un po’, con i miei genitori. Poi frequentai l’accademia di belle arti, ho incominciato a lavorare. Ho iniziato già dal terzo anno perché vedevo quelli più grandi che uscivano dall’accademia e poi andavano a fare i lavapiatti e tutti quei lavori che non c’entravano niente con quello per cui avevano studiato e allora io mi sono detto forse è meglio che cerchi qualcosa subito. E allora del terzo anno ho incominciato a lavorare in una agenzia di comunicazione a Milano. Per cui, quando ho finito l’accademia, al quarto anno diedi quattro esami e la tesi nella stessa settimana, perché volevo finire in fretta e se non superavo quegli esami non potevo dare la tesi. Però sono uscito bene, 110 e lode. E’ andata benissimo e ho iniziato a lavorare nel campo della comunicazione, prima come grafico poi è arrivata la tecnologia e il web anche in Italia, per cui mi sono avvicinato e feci i primi siti in html. Tutta la parte mediale si stava sviluppando, quindi anche i CD. Tutto ciò che era innovativo io lo volevo seguire. Ed è stato per me, quando ci penso, fantastico perché io ero un selvaggio, un analfabeta, non sapevo né leggere né scrivere e non sapevo cos’era la tecnologia e, invece, mi sono scoperto bravissimo nel fare comunicazione, nell’utilizzare la tecnologia più avanzata di quel periodo e anche di questo. E mi sembrava stranissimo: io che insegno agli altri come comunicare con tutti questi mezzi tecnologici. Poi ho conosciuto il video e mi sono innamorato del video. Ho fatto tutta la gavetta: non volevo fare subito l’assistente alla regia, volevo proprio tirare i cavi, conoscere, capire, sporcarmi le mani perché volevo sapere tutto di quel mondo lì, che mi piaceva tantissimo, perché secondo me era l’espressione della realtà e quindi io con il video posso trasmettere quelle emozioni che l’altra persona mi dà: gli occhi, il sorriso, come si muove e potevo anche creare delle immagini; potevo dare dei messaggi che magari a parole non riuscivo a dare o a dire, e quindi mi piaceva tantissimo.

Dopo tre anni mi sposai, a venticinque anni, ed ebbi subito un figlio. Ovviamente il discorso affettivo per me era molto importante, perché era quello che mi era mancato nei primi anni. Una volta ricevuto dai genitori, e anche donato da parte mia, l’affetto, lo cercavo dalle altre parti; ovviamente ero molto legato alle ragazze e quindi mi innamoravo subito ma dopo due mesi l’innamoramento passava e quindi cercavo questo innamoramento costantemente. Ho avuto varie esperienze.
Poi io mi ricordo che in quinta elementare andammo ad Assisi a fare una gita. C’era anche mio padre che mi aveva accompagnato con la scuola e conobbi San Francesco. Ovviamente me ne sono innamorato subito: il suo legame con la natura, lui che parlava con i passeri, gli uccellini, eccetera, eccetera. Per me era diventato il santo della mia vita. Io facevo ancora la pipì a letto in quinta elementare e quindi alla sera, in albergo, mio padre mi chiamò per mettermi il pannolone. Io ero insieme ai miei compagni , figurati che vergogna!!! Per cui incominciammo a discutere: io che non lo volevo e lui a dirmi che se poi mi bagnavo era peggio. Ce l’ho fatta a convincerlo. Vado a letto: “Stai sicuro che non la farò” e prego San Francesco: “Ti prego non farmi fare la pipì, se mi ascolti io mi farò frate”. E questo per me è stato un voto, un voto a cui ho creduto fortemente negli anni successivi e anche al liceo quando ho iniziato a frequentare le ragazze. E ho detto: “Faccio qualche esperienza ma stai sicuro - ogni tanto gli parlavo - che manterrò l’ impegno”. Arrivato all’accademia si rese ancora più evidente che non era quella la mia strada per cui gli dissi: ”Guarda, va bene, mi spiace, non mantengo la parola però stai sicuro che il primo figlio lo chiamerò come te”. Tant’ è che il mio primo figlio si chiama Francesco, gli ho donato il suo nome, e poi ne ho altri due.

Arrivò la proposta, verso i trentuno/trentadue anni, della scrittura del libro da parte di Marcello Foa, perché il Giornale era un mio cliente: io avevo un’agenzia di comunicazione. Inizialmente dissi di no, poi capii che in realtà la scrittura del libro mi poteva servire. Per cui contro tutto e tutti, perché la mia ex moglie non era d’accordo per altre ragioni ed era molto timida e riservata. Per me era importante: dovevo farlo e quindi mi misi a scrivere alla sera tutti ricordi, partendo da mia mamma, dalle avventure mie. Ed è stato difficile non tanto perché i ricordi mi facevano male: è stato difficile perché nello scrivere il libro mi resi conto che non ero più così, non ero più quel bambino. Non avevo più quello sguardo. Quella maschera, che vi avevo detto avevo messo alle elementari, era diventata talmente forte che io ero un milanese qualunque. Un milanese che aveva una società, che lavorava, a cui interessava il lavoro e basta. Capivo che le amicizie erano  solamente legate solo al fatto che io potevo dare qualcosa agli altri: il lavoro, le uscite, i soldi, eccetera. Amicizie per interesse. Non è che l’amicizia non mi interessasse. E quando ho incominciato a scrivere il libro ho capito che ero diventato un’altra persona. Quella maschera era diventata così spessa che aveva nascosto quell’io a cui ero riuscito ad arrivare nella profondità del mio cuore. Per cui, capitolo dopo capitolo, era un po’ come se quell’io stesse sgretolando pian piano quella maschera. La stava rosicchiando via e questo mi faceva male perché provavo ad essere me stesso in questa società ed era difficile. Finito di scrivere il libro - mi facevo chiamare Antonio prima: era un nome più facile da pronunciare. Manuel mi dava fastidio, Antonio era più facile - tornai a farmi chiamare Manuèl. Manuèl mi identificava: non è solo un nome, identifica quello che sono io, cioè il cileno, quello che ha avuto quell’esperienza di vita e quell’esperienza gli ha permesso di guardare alla vita con occhi diversi da tutti, con gli occhi della bellezza, costantemente davanti a me e scelsi di non accettare più compromessi, di essere me stesso anche in questo tipo di società, dove la bellezza viene nascosta, ci sono apparenze. Piuttosto vivo da solo, non mi interessa, piuttosto di vivere un rapporto falso con gli altri sto da solo. E questo l’ho riportato su tutto il lavoro mio, su tutta la mia vita e quindi anche il lavoro. Se faccio un video lo faccio sempre con un messaggio dentro: dietro ad ogni montaggio c’è sempre un messaggio di bellezza. Nessun compromesso.

Poi, grazie al libro, ho conosciuto anche le associazioni dei genitori adottivi e ho iniziato a girare in Italia e ho conosciuto una realtà che non mi apparteneva, quella associativa, e non capivo come mai dei genitori dovevano mettersi insieme per creare un mondo parallelo al mio: io sono figlio, non un figlio adottivo; perché loro devono dirmi che io sono un figlio adottivo, perché loro si chiamano genitori adottivi e non genitori e basta, sono dei genitori. E quindi inizialmente mi dava fastidio la presenza di queste associazioni e quando la prima volta andai da loro a Bologna, fu nel 2012, avevo davanti a me una platea di 200 /250 persone, tutte un po’ con quest’aria… L’aria si sente, la percepivo benissimo: percepivo questa sofferenza dentro, questa tristezza di fondo, e non riuscivo a capire come mai. Per me l’adozione è bellezza: io sono figlio, l’adozione è stata una cosa che mi ha fatto diventare figlio, punto. E poi rimane lì, poi vivo da figlio: "Perché dovrei vivere diversamente?". Quindi  andai a cercare su internet gli incontri delle associazioni. Incontri per i problemi del figlio, figlio adottivo di qua, il figlio adottivo di là…mi dava fastidio. Però dovevo comunque conoscere e capire il perché di questo e quindi dissi di sì a tutti: a tutti quelli che mi invitavano dicevo di sì. Facevo sei, sette presentazioni al mese in tutt’Italia e ho iniziato a capire un po’ i genitori come si sentivano, perché e ad analizzare questo loro modo di essere. Poi ho iniziato a conoscere di conseguenza i ragazzi e anche lì vedevo che il loro modo di essere, qui, era a volte molto diverso dal mio; li vedevo un po’ in difficoltà con se stessi e con la vita in generale. Per cui anche lì ho cercato di capire sempre di più. Invece di giudicarmi ho iniziato a cercare di capire, cercato  dov’era questo malessere e questa ricerca durò dal 2012 fino a due anni fa, fino al 2018: sei anni di ricerca che ho fatto in tutt’Italia dicendo sì a tutti. Ogni convegno, ogni volta che mi invitavano andavo: da Trieste a Palermo. Dopo di che,  una volta  capito, mi sono detto qua c’è bisogno di fare qualcosa e perché noi figli non stiamo dando una mano né ai genitori né agli altri: io li chiamo fratelli in adozione. 

Perché tra di noi fratelli di adozione non ci aiutiamo grazie alla nostra esperienza. E così ho incominciato ad aiutare una ragazza che mi aveva chiesto una mano. Io come regista cercavo di capire attraverso le interviste. Grazie a queste interviste mi chiamò una ragazza di Roma che mi ha chiesto un aiuto a starle accanto nella sua difficoltà, anche operative, oggettive: le servivano dei documenti, perché era stata adottata e dopo un anno abbandonata dai suoi genitori, per cui anche a livello burocratico era un po’ un macello: non è italiana, ma per il Cile è italiana; ha un documento italiano ma in realtà è straniera: un vero macello. E quindi mi sono informato su di lei e tutti mi dicevano: “No, quella lasciala stare, perché è una borderline, ti tira matto, non puoi, vai a infilarti in una situazione troppo difficile”. Quindi inizialmente un po’ mi spaventai. Era l’inizio dell’estate, però questa domanda, questo grido d’aiuto mi era dentro: come facevo io a decidere di aiutare le persone se poi non aiuto questa ragazza! Per cui ho iniziato ad aiutarla e lei è stata la ragione per cui poi ho fondato Anfad. Perché ho detto: ce l’ho fatta, sono riuscito e devo creare  insieme ad altri qualcosa che aiuti un po’ tutti, in Italia, sia come supporto psicologico sia a livello pratico: "Ti serve una casa?, un lavoro?". Perché se poi tu, pensavo, sei a posto a livello sociale, la parte terapeutica la si può seguire meglio, con più facilità. Per cui così è stato. Anfad è nata quasi due anni fa, a febbraio, ed è stata una bella esperienza. Sta crescendo sempre di più, sempre con progetti insieme ai ragazzi. Ogni tanto ci si ritrova anche con i ragazzi adulti, dai vent'anni in su, a Milano facciamo un incontro al mese con loro; dove c’è, sì, la parte di confronto ma c’è proprio il dirsi che quella maschera, di cui vi parlavo e che tutti i ragazzi hanno, tra di noi non c’è, perché io so che quello che tu hai passato l’ho passato anch’io; il dolore che senti lo sento anch’io; l’esperienza che tu hai vissuto l’abbiamo vissuta quasi tutta anche noi: chi con l’abbandono, chi con un’esperienza di morte come la mia, chi per altre situazioni, ma il sentimento  di dolore alla fine è sempre lo stesso. Quindi puoi gettare via la maschera con noi e viene naturale in un confronto perché tu puoi essere te stesso davanti a me, e questo è. Poi ci sono altri progetti che stanno nascendo e anche questi a livello nazionale per cui faremo grandi cose!

 


martedì 15 settembre 2020

AFTA ha aperto la prima casa famiglia professionale in Ticino

 Comunicato stampa a cura di Andrea Milio (coordinatore ATFA) e Stefania Caffi (consulente sociale ATFA)

ATFA HA APERTO LA PRIMA CASA FAMIGLIA PROFESSIONALE IN TICINO

L’Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie (ATFA), attiva sul territorio dal 1981, è l’unico Ente in Ticino che si occupa di affidamento familiare. L’Associazione è oggi felice di poter annunciare l’apertura della prima Casa Famiglia professionale del Cantone. Questa famiglia, appositamente formata per la gestione di situazioni di affidamento, da oggi potrà accogliere fino a quattro minori.

COS’È L’AFFIDAMENTO FAMILIARE

L’affidamento familiare è l’accoglienza  di un minore (0-18 anni) nella propria famiglia , a seguito delle difficoltà incontrate dai suoi genitori. Non si tratta di adozione e non interrompe iI rapporto tra il bambino e la sua famiglia d’origine. Si tratta di un’opportunità di crescita preziosa per il minore che, inserito in un ambiente familiare stabile, può trovare nuovi punti di riferimento affettivi ed educativi che lo aiutino a ricostruire una personalità serena ed equilibrata.

Tale delicato ed importante strumento si immerge e trova le sue radici nel processo relazionale che intercorre tra minore, famiglia di origine, famiglia affidataria e servizi socio-assistenziali.

Il minore viene così accolto in un luogo di cambiamento, che possa rafforzare la fiducia tra i soggetti coinvolti, facendosi motore dell’evoluzione positiva della vita del minore, della famiglia di origine e della famiglia affidataria. L’affidamento familiare è dunque un’occasione di apertura verso una nuova rete di rapporti.

Attualmente il Ticino è confrontato con due tipi di affidamento: quello Family, caratterizzato da una graduale conoscenza del minore e da un periodo di tempo a medio-lungo termine e quello SOS, caratterizzato invece dall’accoglienza di minori in situazioni di emergenza ed urgenza, per un periodo di tempo di tre mesi, prolungabili a sei.

LE ATTUALI TIPOLOGIE DI AFFIDO IN TICINO

Family

Si tratta dell’affido tradizionale, il quale prevede l’accoglienza di un minore per un periodo di tempo indeterminato (sino al ristabilimento di condizioni ritenute accettabili nella sua famiglia di origine).

L’estensione nel tempo permette alla famiglia di instaurare una relazione solida con il minore, la possibilità di accompagnarlo per un determinato periodo e di aiutarlo a sviluppare e realizzare obiettivi a lungo termine. Le famiglie Family accolgono minori previo un periodo di conoscenza e di ambientamento, che avviene in modo graduale. I minori che vengono accolti in affido a lungo termine, prima del collocamento solitamente si trovano in istituto o presso una famiglia SOS, la quale collaborerà con la famiglia Family per un accompagnamento progressivo.

SOS

La famiglia affidataria SOS accoglie il minore per un periodo di tempo limitato. La sua durata massima è infatti di tre mesi, prolungabili ad un massimo di 6 mesi, termine entro il quale il progetto del minore prevederà il rientro in famiglia, un collocamento in istituto o un collocamento a lungo termine presso una famiglia affidataria. L’allontanamento del minore dalla sua famiglia naturale è immediato e la famiglia SOS deve essere pronta ad accoglierlo con poco preavviso, spesso solo di alcune ore.

Alla famiglia è quindi richiesta molta più flessibilità e, contrariamente all’affido Family, non vi è la possibilità di inserire il minore nella famiglia affidataria in modo graduale.

Si tratta di famiglie formate appositamente per far fronte a questo tipo di emergenze, disponibili al 100% per il minore e per i servizi.

CHI SONO LE FAMIGLIE AFFIDATARIE

Solidarietà ed accoglienza rappresentano valori importanti e significativi il cui obiettivo è quello di migliorare il contesto in cui noi tutti viviamo.

Proprio partendo da questi due valori, è importante contestualizzare lo strumento dell’affido, una forma d’aiuto che vede coinvolte persone singole, coppie sposate o conviventi, con o senza figli.

L’affido, infatti, è una forma di protezione dell’infanzia che diventa indispensabile quando i genitori vivono una situazione di difficoltà familiare tale per cui è necessario l’allontanamento del minore.

Le famiglie affidatarie allora si mettono a disposizione dei servizi sociali per una piena collaborazione, in un’ottica di aiuto verso chi si trova in una situazione di momentanea difficoltà.

Nell’ambito dell’affido vi sono due principi base da tener conto: il principio della sussidiarietà (grazie al quale l’affido non è concepito come una sostituzione della famiglia naturale ma come un supporto ad essa) ed il principio della proporzionalità (il quale prevede un’accurata riflessione rispetto alla gravità del problema e alla ricerca di una soluzione idonea).

In questo caso è importante che l’affido sia l’ultima ratio in quanto strumento, e che quindi si opti per il collocamento a terzi unicamente dopo aver constatato che tutte le risorse disponibili a sostegno della famiglia o del minore fossero state ritenute non adeguate o insufficienti (giusti gli articoli 310 – 314 del Codice Civile Svizzero).

LA MISSIONE DI ATFA

Lo scopo di ATFA è quello di sensibilizzare la popolazione su questa tematica, offrendo inoltre il proprio sostegno alle famiglie affidatarie e agli operatori sociali.

Per farlo, l’Ente organizza periodicamente eventi, corsi di formazione e seminari dedicati all’argomento.

Oggi ATFA conta in Ticino circa 160 famiglie affidatarie a lungo termine che accolgono circa 180 bambini e ragazzi. Per le situazioni d’urgenza ci sono inoltre una decina di famiglie SOS, le quali sono in grado di accogliere i minori nell’immediato.

Tra le principali attività di ATFA c’è inoltre il costante impegno in nuovi progetti in base ai bisogni emergenti, ed è proprio nel seguire questo importante obiettivo che nasce l’idea della nuova Casa Famiglia professionale in Ticino.

LA FAMIGLIA AFFIDATARIA PROFESSIONALE

In questa missione, l’Associazione ha voluto infatti porre l’attenzione proprio sulla dimensione familiare della dimora, luogo di rifugio e ristoro.

Da qualche anno ATFA si è resa conto della necessità di proporre un nuovo tipo di accoglienza familiare, che potesse unire l’intimità ed il calore di una famiglia con l’esperienza, la responsabilità e la professionalità di un operatore sociale.

Negli anni siamo stati confrontati con situazioni particolarmente delicate che necessitano di una presa a carico più intenzionale, ragionata e consapevole: si tratta di minori per i quali il progetto è ancora in costruzione, minori che negli anni hanno sviluppato delle fragilità alle quali non tutte le famiglie potrebbero riuscire a far fronte.

Per questo motivo era imperativo riuscire a rispondere a anche a questi bisogni della società.

È con queste premesse che è nata la figura della Famiglia Affidataria Professionale (FAP) ed il suo luogo di vita, chiamato “Casa famiglia”. La figura della FAP non è mai esistita finora sul nostro territorio.

Si tratta, tuttavia, di una figura necessaria alle nuove tipologie di affidamento familiare.

LE CARATTERISTICHE DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA PROFESSIONALE

Dimensione familiare

È importante, spesso fondamentale per aiutare il minore a ritrovare preziosi punti di riferimento.

La piccola ma professionale dimensione della FAP permette un intervento individuale, più centrato, che può toccare temi importanti come l’accompagnamento alla vita autonoma e l’inserimento sociale e/o professionale. Verrebbe così offerto al minore un luogo intimo e familiare, in cui possa essere seguito da vicino.

 Luogo di vita

Non sono solo le persone a rendere ospitale e gradevole un’abitazione, ma anche la struttura. La FAP accoglie i minori in una casa intima ed accogliente che diventa luogo di vita, di ricordi, di affetto e di legami.

Figure di riferimento stabili

L’accoglienza in FAP permette di dare al minore continuità e stabilità nel tempo, consentendogli di sviluppare un sentimento di appartenenza e di attaccamento alle persone e al luogo, grazie alla persistenza nel tempo delle persone significative di riferimento.

Professionalità

La FAP si distingue dalle normali famiglie affidatarie grazie alla formazione nell’ambito sociale e all’esperienza nell’ambito dell’affido.

Queste risorse portano la FAP ad assumersi maggiori compiti e responsabilità nei confronti di un normale affido, seguendo maggiormente il minore anche in compiti ben definiti con la rete professionale, la quale supervisionerà il progetto. La FAP vede quindi intrecciarsi il suo statuto di famiglia con quello di professionista.

Gestione dei rapporti

Quando possibile, e in accordo con la rete, la FAP potrà essere integrata in progetti che prevedono la collaborazione con la famiglia naturale.

PER IL MINORE ACCOLTO L’OBIETTIVO DELLA FAP È QUELLO DI DIVENTARE UN PUNTO DI RIFERIMENTO IN TUTTI GLI AMBITI

Frammentazione e rallentamento nell’operatività sono elementi che possono scaturire quando troppi professionisti si occupano della stessa situazione.

Troppi operatori possono infatti creare nel minore un senso di confusione, di possibile disagio nel dover condividere tante volte la propria storia.

D’ora in avanti la FAP seguirà i minori all’interno degli ambiti principali della loro vita: scuola, lavoro, salute, contatti con la famiglia naturale, ecc.

Questo tipo di approccio permetterà al minore affidato di approcciarsi ad una rete più compatta e delineata, soprattutto ad una persona che lo conosca su più aspetti e che potrà disporre di una visione più completa sulla sua persona.

Il fatto che la FAP diventi principale riferimento del minore accolto permetterà all’assistente sociale dell’UAP e ad eventuali curatori di seguire da lontano la situazione.

Con i Servizi sono già stati fissati degli incontri a cadenza regolare ma è la FAP ad attivarsi nelle aree principali che riguardano la vita del minore.

Questo nuovo tipo di famiglia affidataria, rispetto a quelle standard, è infatti più indipendente ed è in grado di accogliere i casi più complessi che, spesso, non sono collocabili in normali famiglie affidatarie. 

IL RUOLO DI ATFA

La FAP è tenuta a partecipare a momenti di formazione organizzati da ATFA e a seguire aggiornamenti professionali continui, formazioni interne (ATFA) legate all’affido, formazioni esterne su temi legati all’utenza, atelier o corsi di formazione da svolgere con il minore.

ATFA organizza degli incontri di supervisione regolari che andranno a sommarsi ai rapporti di gestione che la FAP è tenuta a redigere regolarmente, sia per quanto riguarda i minori, sia per quanto riguarda la gestione economica familiare.

La Famiglia Affidataria Professionale è obbligata a partecipare a supervisioni regolari, e ad aggiornare la rete responsabile del dossier dei minori a lei affidati.

In suo sostegno è stata inoltre assunta una figura che si occuperà del sostegno educativo (aiutare i minori a fare i compiti, sgravare la famiglia, concederle dei momenti di riposo).

 IL CANTONE SI OCCUPERÀ DELLA VIGILANZA DELLA FAMIGLIA

L’Ufficio dell’Aiuto e della Protezione è l’Ente cantonale preposto alla valutazione ed alla vigilanza delle famiglie affidatarie. La base legislativa alla quale l’UAP fa riferimento è innanzitutto, a livello federale, il Codice Civile, sul quale si delineano tutte le leggi, quali la Legge sul sostegno alle attività delle famiglie e di protezione dei minorenni (LFam, art. 15 e 16); il Regolamento della Legge per le famiglie (RLFam) e l’Ordinanza federale sull’accoglimento dei minori a scopo di affiliazione (OAMin). Ai sensi dell’art. 10 OAMin:

1.     Un esperto designato dall’autorità visita la famiglia affiliante quando necessario, ma almeno una volta all’anno; redige un verbale di queste visite

2.     L’esperto accerta che siano adempiute le premesse della continuazione del rapporto di affiliazione. Consiglia i genitori affilianti in caso di necessità

3.     L’autorità vigila affinché la rappresentanza legale del minore sia debitamente disciplinata e quest’ultimo partecipi, in modo adeguato alla sua età, alle decisioni determinanti per la sua vita

L’UAP resta l’ente di riferimento della FAP, avendo esso il compito di valutare l’idoneità delle famiglie candidate ed in seguito vigilare su di esse.

L’assistente sociale responsabile della vigilanza è tenuto ad incontrare almeno una volta l’anno la FAP, redigendo un rapporto.

 UN PROGETTO CHE HA VISTO COLLABORARE PUBBLICO E PRIVATO

Se il progetto ha potuto finalmente vedere la luce nel primo trimestre del 2020 è stato anche grazie al contributo di alcuni importanti sostenitori tra i quali la manifestazione “Ogni centesimo conta” organizzata dalla Catena della Solidarietà in collaborazione con RSI, la Fondazione Medacta For Life e il Dipartimento Sanità e Socialità.

La partecipazione di questi attori al progetto consentirà d’ora in poi a tanti bambini e ragazzi di vivere una realtà familiare che li aiuti a crescere nel migliore dei modi.

giovedì 9 aprile 2020

"La paura dell'abbandono..." Incontro con la dott.ssa Livia Botta (14.01.2020)



La paura dell'abbandono riemerge in alcune fasi della vita: legami sentimentali e non solo https://www.spazioadozione.org/calendario/la-paura-dell-abbandono


Sapere cosa può succedere quando i nostri figli diventano adulti ci permette di attrezzarci per tempo, riducendo il rischio di essere ostaggi della nostra (e loro) emotività. E’ utile, come suggerisce la dott.ssa Botta, fare una mappa dei comportamenti ricorrenti, per evitare di reagire in modo scomposto ed esacerbare le tensioni. Quando loro stanno male, stiamo male anche noi e, come prima cosa, abbiamo bisogno di calmarci, di incominciare a riflettere e lavorare per capire, così da evitare pesanti ricadute sulla tenuta del legame. Ecco l’importanza di un aiuto esterno alla famiglia, di altri genitori e/o di specialisti in adozione.

Noi e i nostri figli abbiamo bisogno di elaborare lo tsunami di emozioni che può rischiare di travolgerci. Quando dobbiamo fare i conti con le nostre fragilità (senso d’impotenza, ansie, paure, ecc.) abbiamo bisogno di tutta la nostra forza.

Primo consiglio: non rompere mai il legame!

“ Quando parliamo di condizione adottiva adulta non parliamo - ovviamente - di una condizione univoca.
Tanti soggetti che sono stati adottati procedono abbastanza bene nell’età adulta: sono capaci di instaurare e mantenere relazioni intime, familiari, amicali soddisfacenti, di sentirsi sufficientemente gratificati dalle esperienze lavorative, soprattutto di venire a patti con le inevitabili difficoltà e frustrazioni che la vita adulta comporta. Come tanti altri adulti, possono ricercare un aiuto psicologico per difficoltà e problematiche che non compromettono in modo significativo il loro equilibrio personale (tipicamente, questioni legate alla conoscenza delle origini, difficoltà a superare lutti e perdite).
Pochi altri adottati adulti hanno sofferto traumi talmente gravi nell’infanzia da non essere in grado di condurre una vita adulta autonoma e da richiedere una presa in carico psichiatrica e/o l’inserimento in una residenzialità protetta.
Ma c’è anche una grande area intermedia di soggetti che, pur in grado di condurre una vita personale più o meno autonoma, incontrano difficoltà non indifferenti nelle aree delle relazioni e del lavoro: problemi a concludere un percorso di studi, a mantenere un’occupazione e a tollerare frustrazioni e difficoltà in ambito lavorativo; tendenza a instaurare relazioni sentimentali “sbagliate” e difficoltà a interromperle; problemi nelle relazioni sentimentali o amicali, vissute con scarsa responsabilità, comportamenti possessivi, iperdipendenti, conflittuali, imprevedibili; prolungata dipendenza dalla famiglia; serie difficoltà a gestire separazioni e lutti. In casi più seri, persistenti disturbi della personalità possono tradursi in comportamenti irregolari, provocatori e violenti, in abuso di sostanze o di alcol, in agiti delinquenziali.
La mia esperienza clinica con giovani adulti adottati suggerisce che per quest'ultimo gruppo di soggetti ci sono molte possibilità di miglioramento: in alcuni casi si possono raggiungere cambiamenti significativi; nelle situazioni più serie ci si deve spesso limitare a piccoli progressi, non sempre risolutivi delle problematiche di fondo ma comunque utili a diminuire il malessere dei vari membri della famiglia e a consentire che le criticità ancora presenti non compromettano troppo la vita e le relazioni”. Con l’ingresso nell’età adulta, è ovviamente l’adottato stesso a dover diventare responsabile e artefice del proprio cambiamento (una psicoterapia “informata sull’adozione” ne è la via regia, ma anche i gruppi di auto-aiuto possono fare molto). Ma un aiuto significativo possono darlo anche i genitori - soprattutto nelle situazioni più critiche – se riescono a superare le inevitabili sensazioni di sfiducia, impotenza, colpevolizzazione, a valorizzare quanto c’è di positivo nei comportamenti del figlio, a comprendere lo stato mentale sottostante ai suoi agiti, a trovare strategie comportamentali diverse dall’iperprotezione, dalla collusione o dal rifiuto. Sono comportamenti utili nei confronti dei figli adulti, ma ancor più produttivi se messi in atto precocemente”. (“La condizione adottiva adulta. Proposta di un gruppo di riflessione e approfondimento”, post del 26 gennaio 2020 https://www.liviabotta.it/blog):

Mappa

1.    difficoltà non indifferenti nelle aree delle relazioni e del lavoro: problemi a concludere un percorso di studi, a mantenere un’occupazione e a tollerare frustrazioni e difficoltà in ambito lavorativo;

2.    tendenza a instaurare relazioni sentimentali “sbagliate” e difficoltà a interromperle;

3.    problemi nelle relazioni sentimentali o amicali, vissute con scarsa responsabilità, comportamenti possessivi, iperdipendenti, conflittuali, imprevedibili;

4.    prolungata dipendenza dalla famiglia;

5.    serie difficoltà a gestire separazioni e lutti.

6.    in casi più seri, persistenti disturbi della personalità possono tradursi in comportamenti irregolari, provocatori e violenti, in abuso di sostanze o di alcol, in agiti delinquenziali.

Cosa cercano in una relazione sbagliata?
Cercano un legame che li faccia stare meglio, spesso un compagno/a da aiutare.
Loro, per primi, avrebbero bisogno di essere aiutati, ma questo pensiero mal si concilia con la convinzione di saper badare a loro stessi (“io non ho bisogno di nessuno”, “me la sono sempre cavata da solo/a”). Aiutando chi sta peggio di loro o che ha bisogno, curano la loro parte fragile (anche l’avvicinamento agli animali è un modo di prendersi cura della loro parte ferita). Più l’altro è mal messo, più loro sembrano stare bene, stabilizzarsi.
La scelta di un partner “sbagliato” mette a dura prova soprattutto le mamme, che guardano, impotenti, le figlie improvvisamente in balia di un legame esclusivo e totalizzante, fondato sul controllo e la dipendenza dal compagno di turno. Questa predilezione per le relazioni “malate” sembra condizionare anche la scelta delle amicizie, totalizzanti ed esclusive e poi improvvisamente interrotte e dimenticate A rendere oltremodo difficoltosa la tenuta della relazione può contribuire un comportamento ambivalente: “oggi sono così, domani sono cosà”, una specie di sdoppiamento della personalità. Nei casi più gravi si registrano dei veri e propri disturbi della personalità, dovuti ad uso di sostanze, dipendenze e presenza di una forte aggressività. Questi comportamenti (indipendentemente dal sesso dei figli) trovano una loro logica se letti come espressione del trauma da separazione da figure di riferimento: l’ abbandono della madre e la conseguente perdita del senso di sé (in alcuni casi si assiste addirittura al rifiuto di ogni forma di relazione).
Anche l’appartenenza ad una gang è un modo per ritrovare il passato, in particolare da parte dei bambini che hanno vissuto una situazione di abbandono per la strada. Non dobbiamo dimenticare che l’adozione ha costretto i nostri figli a un salto sociale enorme. Spesso le relazioni adottive più riuscite sono quelle che riguardano i ceti meno abbienti, dove non è presente il senso d’inadeguatezza, il non essere all'altezza, il non sentirsi accolti, il non essere al posto giusto.

Il ruolo dei genitori
Noi genitori dobbiamo lasciare da parte il desiderio del figlio/a ideale e imparare a fare i conti col figlio/a che c’è, le sue inclinazioni, i suoi interessi!
Spesso pensiamo di poter aiutare i nostri figli, ad esempio a scuola, ritenendo il nostro intervento indispensabile alla loro  riuscita.  Attenzione: non sempre siamo in grado di dosare il nostro aiuto. Per loro siamo troppo “ingombranti”, troppo bravi. Ecco allora l’utilità di altre figure educative; un amico più grande, ad esempio, può fare molto e diventare un modello da seguire. I genitori possono essere troppo “pesanti” e avere difficoltà a dosare il loro troppo amore. I figli vogliono collaborazione: l’aiuto di un accompagnatore (di un facilitatore) non il giudizio di un genitore, spesso iperprotettivo e sopraffatto dall’ansia di non capire come mai il proprio figlio faccia di tutto per auto-boicottarsi. Questo comportamento è legato non solo alla bassa autostima ma anche alle costanti interruzioni, separazioni, cesure che ha vissuto nella vita preadottiva. Accettare il nostro aiuto lo fa sentire debole; meglio incoraggiarlo dicendo “ma prova”, “vedi se funziona”. In altre parole accompagnarlo nel cammino senza avere già in tasca la soluzione. L’ambiguità del nostro aiuto sta nel fatto che, se noi ci siamo sempre, lo confermiamo nella convinzione di non essere in grado di farcela da solo. Dobbiamo lavorare, invece, per accrescere l’ autonomia e il senso di responsabilità.

Arriva poi il momento di prendere le distanze. Non possiamo essere onnipresenti. Abbiamo lavorato per anni (l’adolescenza arriva tardi e dura anni) per risarcirli dal danno subito. Ora basta: non possiamo andare avanti per tutta la vita! Dobbiamo imparare, come genitori, a prenderci i nostri rischi; ad accettare che i nostri figli possano commettere degli errori e lasciarli liberi di sbagliare. Non dobbiamo rimanere schiavi della paura di quello che potrebbe succedere! E’ importante credere nelle loro capacità e talenti e fare il tifo per la loro riuscita. Quando la paura porta al controllo è negativa, non ha valore evolutivo; invece, se controllo, cioè seguo mio figlio affinché faccia quello che deve fare perché ha talento e deve metterlo a frutto, allora va bene.

Uscire di casa

Divenuti grandi, alcuni hanno difficoltà a rendersi autonomi, a sganciarsi dalla protezione della famiglia; altri, al contrario, rivendicano ad alta voce il diritto di fare da soli e, se trovano ostacoli, se ne vanno sbattendo la porta. Un comportamento non esclude l’altro: è possibile che dopo una fuga si assista al rientro in famiglia, seguito da un difficile percorso verso una reale autonomia. Le risorse le hanno ma non sempre le usano, a volte fa comodo non usarle e dipendere dagli altri.

Se, invece, il figlio vuole andare e se la sente bisogna lasciarlo fare, lui deve sapere che avrà sempre la possibilità di tornare indietro. L’allontanamento da casa non è un nostro fallimento, al contrario! L'adottato, libero di progettare la propria vita, riesce più facilmente a mettere insieme tutti i tasselli del proprio vissuto: ricostruendo la propria storia ne diventa il padrone. Quando un adottato adulto riesce a fare i conti con l'abbandono, vuol dire che nella famiglia adottiva c'è stata coerenza, costanza, affettuoso accudimento sviluppato su tanti anni. Allora è stata acquisita la sicurezza necessaria per allontanarsi da casa. L'adottato che riesce a costruirsi una storia, a volte, non vuole neanche più cercare le origini: sta bene così.

A questo punto il nostro compito è di riprendere in mano la nostra vita, ritrovare l’indipendenza come coppia, seguire da lontano i nostri figli e, se richiesto, incoraggiarli a perseguire i loro obiettivi. Mantenere le distanze: “Veditela tu se sbagli” e non accettare alcuna forma di legame ricattatorio.
In alcuni casi, purtroppo, non ci si riesce. Occorre avere ancora pazienza. Ci sono figli che avrebbero bisogno di uscire da casa per imparare, un po’ alla volta, a diventare autonomi ma non sono riusciti a portare a termine gli studi; non lavorano; svolgono mansioni mal retribuite. Capita anche, e non sono casi isolati, che i nostri figli, non ancora indipendenti, diventino a loro volta genitori e abbiano bisogno, ancora per un po’, del nostro aiuto. E infine, ma non certo ultimi, ci sono i nostri figli più feriti, quelli sempre presenti nei nostri pensieri e amati da lontano, che lottano all’interno di strutture di contenimento (carceri, centri chiusi, comunità, ecc.) e che, per anni, sono stati privati di un sostegno specialistico e tempestivo in adozione (vedi https://www.spazioadozione.org/la-solitudine-dei-genitori.)


Devianze

Gli adulti non si possono costringere. Però quando si entra nel penale, sì. L’esperienza del carcere è sufficiente a farli cambiare? Il carcere non risolve il problema, però li aiuta a calmarsi. E’ un contenitore dove le relazioni sono meno impegnative. Hanno meno doveri emotivi. Le regole del gregge sono poche e funzionano. I genitori non devono avere cedimenti: devono mantenere una posizione chiara che non lasci spazio a giustificazioni o collusioni ma non devono in alcun modo rompere il legame. Il cammino sarà lungo e faticoso. La paura non paga, la pazienza e la nostra presenza sì, perché aprono la via alla riconoscenza. I nostri figli sono più forti di quello che noi pensiamo.


L’importanza dell’elaborazione

Attraverso l’elaborazione della propria storia adottiva i nostri figli riescono a fare i conti con il loro passato. Il passato non è rimosso ma riconosciuto, ascoltato, integrato con il presente. Anche la rabbia acquista un senso e una legittimità e diventa controllabile, come la tristezza, l'ansia, la depressione. Acquisendo la consapevolezza di non essere responsabili di quanto è loro successo, superano il senso di colpa e di vergogna e la sensazione di non essere degni d’amore. Ora sono responsabili del loro presente e del loro futuro. Sono pronti a vivere in modo sano i legami con i genitori adottivi, gli amici, i partner, i datori di lavoro, ecc.

L’elaborazione è una componente essenziale anche del cammino dei genitori. Riflettendo sul nostro senso di colpa e d’impotenza, superando la paura del domani potremo entrare in una fase di nuova progettualità. Ritrovare il piacere del tempo per noi, “provare piacere a vivere senza sentirsi indispensabili per un’altra persona fragile e dipendente”. (Livia Botta, Genitori adottivi per sempre?,post 23 maggio 2029 https://www.liviabotta.it/post/genitori-per-sempre)