lunedì 19 gennaio 2026

Il muro di gomma

 

Da anni ci sforziamo di spiegare tutto quello che abbiamo imparato sull’ adozione. Spesso abbiamo la sensazione di trovarci di fronte ad un muro di gomma, soprattutto quando il confronto avviene con le istituzioni (scuola, sostegno alla famiglia, assistenza pubblica).

Raccogliamo ampi consensi (“come siete bravi!”) ma tutto finisce lì: non si muove nulla. Come mai? Forse perché ammettere l’esistenza di problemi espone al rischio di doverli affrontare e non sapere cosa fare? Forse perché è molto più rassicurante continuare a credere ai falsi miti sull’ adozione e negare la realtà? Forse perché è diffusa la convinzione che uno stato “assistenziale” porta alla deresponsabilizzazione dei singoli? O forse è solo la presunzione di lavorare per un paese che funziona meglio di altri?

Certamente le nostre istituzioni sono certe di aver fatto tutto il necessario per offrire ai bambini adottati una nuova chance: una famiglia accogliente e una società in grado di garantirne il benessere. Magicamente l’adozione risolve tutti i problemi.

E’ convinzione comune che questi bambini, che poi diventano adolescenti e incominciano a disturbare, non abbiano scusanti: si esige da loro riconoscenza verso la famiglia che li ha accolti, verso i compagni che li hanno accettati come partner nei giochi, verso la scuola che si fa carico della loro educazione e verso la società che li ha riconosciuti come suoi cittadini.

Se le cose non funzionano, basta pensare ad eventuali tare ereditarie o all’ inadeguatezza dei nuovi genitori. I traumi subiti: la perdita della madre e con lei di una parte di sé, l’ indifferenza affettiva dei genitori naturali, la mancanza di una guida sicura, l’ assenza di stimoli educativi nella primissima infanzia, l’ inserimento precoce in istituto, le gravi carenze alimentari, le violenze subite (è un elenco che sembra non finire mai) non contano più; ma sono mai contati? perché se dovessero contare e condizionare il presente e il futuro dei nostri figli occorrerebbe incominciare veramente a porsi delle domande.

Parafrasando quello che scrive A. Bosworth nell’opuscolo “ L’enfant blessé, l’enfant qui blesse” possiamo affermare che le società che consentono l’adozione non sono responsabili dei problemi che presentano i bambini e i ragazzi adottati, ma sono responsabili di mettere in atto tutte le risorse necessarie per aiutarli a “guarire” e aiutare la famiglia e l’ambiente a lenire le loro ferite e a diventare adulti onesti e responsabili. Per questo è indispensabile una preparazione all’ adozione fatta da specialisti in grado di spiegare ai neo genitori i potenziali effetti a breve, medio e lungo termine dei traumi subiti dai loro figli.

E’ pur vero che non tutti gli adottati manifestano problemi, ma non per questo non va riconosciuta la loro specificità e l’ utilità di approcci mirati nei confronti di chi ne ha bisogno e durante l’intero percorso di crescita.

Quanti sono gli adottati in difficoltà?

Abbiamo chiesto all’ UAP (Ufficio dell’Aiuto e della Protezione) un monitoraggio del disagio adottivo. Ci è stato spiegato che avviare un’ indagine conoscitiva non è cosa semplice. In effetti occorre molta determinazione e soprattutto la volontà politica di voler procedere.

Noi sappiamo che sono numerose le famiglie in difficoltà con figli piccoli e con figli grandi. Non avendo libero accesso ai dati ufficiali, ci limitiamo a raccogliere le richieste di aiuto delle famiglie e osservare quello che tutti hanno sotto gli occhi ma non sempre vedono. Chi dispone dei dati necessari, per poter inquadrare la situazione, latita. Eppure basterebbe coinvolgere gli uffici che, a vario titolo, evadono pratiche riguardanti i figli adottivi e le loro famiglie.

Alcuni anni fa l’Ufficio del Tutore Ufficiale aveva inviato ad alcune famiglie un primo questionario per raccogliere informazioni sulla loro esperienza. Purtroppo molti genitori con figli grandi non sono stati coinvolti e i dati raccolti, benché parziali, non sono mai stati resi pubblici.

OCCORRE UNA SCUOLA CHE SAPPIA ASCOLTARE

 In considerazione del fatto che “la scuola è la prima istituzione sociale con la quale l’ allievo si confronta, per cui essa può incidere in modo rilevante sull’ elaborazione dell’ immagine di sé e sull’ inserimento del giovane nella società” (“Allievi problematici a scuola”, “Scuola ticinese” 246, 2001), nel settembre 2009 abbiamo deciso di sponsorizzare due corsi di formazione e aggiornamento per docenti sul tema: “Bambini in famiglie non tradizionali e bambini adottati”, così da includere non solo i nostri figli ma i ragazzi in affido, i figli di separati/divorziati e gli orfani. La proposta, inserita tra i corsi promossi dalla Scuole Comunali di Lugano, ha purtroppo raccolto solo due adesioni: un numero decisamente esiguo se rapportato alla vastità del comprensorio della grande Lugano.

Tre anni dopo la rivista “Scuola ticinese” del DECS (Dipartimento dell’ Educazione, Cultura e Sport) pubblica, a firma Fabian Bazzana e Leonia Menegalli, un interessante articolo: “Le difficoltà di comportamento a scuola” (ST-309, 2012). Pur mancando un riferimento esplicito agli allievi adottati, essi rientrano a pieno titolo nella casistica degli allievi cosiddetti “difficili”, ovvero dei ragazzi con esperienze fallimentari di attaccamento o con esperienze di abuso, maltrattamento, trascuratezza. Le conclusioni a cui giungono gli autori sono chiare: “Indicativi di un vissuto di disagio del bambino, sovente legato a esperienze di attaccamento carenti sul piano affettivo e a conseguenti scarse abilità di autoregolazione, i disturbi del comportamento possono essere alimentati dagli elementi stressanti presenti nel contesto scolastico, il quale può divenire suo malgrado un fattore di rischio rispetto all’ evoluzione personale e comportamentale del bambino. Per questi allievi è necessario intervenire molto presto, possibilmente in una prospettiva di prevenzione primaria e secondaria, favorendo un contesto scolastico supportivo e stimolante in cui la figura del docente di riferimento gioca un ruolo fondamentale”

Stimolati da queste riflessioni, abbiamo interpellato direttamente il capo del DECS, sollecitando un progetto di sensibilizzazione nelle scuole (di ogni ordine e grado) sulle difficoltà d’ apprendimento dei ragazzi con disturbi di attaccamento e sull’ utilità di un primo censimento degli allievi adottati.

Nel 2014 “Scuola ticinese” pubblica un altro interessante articolo: “I bambini adottati a scuoladi Francesco Vadilonga (ST 320 - il testo è interamente disponibile sul nostro sito).

La scuola è dunque informata, ora spetta ai politici fare la loro parte. Un buon inizio potrebbe essere quello di superare un errato concetto della “privacy” che, di fatto, impedisce di conoscere il numero degli allievi adottati presenti nelle classi e di monitorare il disagio dei ragazzi, facendone emergere le criticità.

L’ importante, come dicono molte mamme, è non mollare: “bisogna andare, stimolare, ricordare, richiedere e, talvolta, se occorre, anche essere pronti a cambiare scuola, perché purtroppo la differenza la fanno le persone”. Un incoraggiamento ci viene, indirettamente, da quei direttori (ancora troppo pochi) che hanno dimostrato di saper ascoltare le famiglie e che hanno un ruolo attivo nella mediazione delle conflittualità così da creare un ambiente scolastico favorevole al percorso di crescita dei singoli allievi.

Il docente referente per l’adozione

Tre anni fa in Italia è stato sottoscritto un protocollo di intesa fra il Ministero dell'Istruzione e della Ricerca (MIUR) e il Coordinamento delle Associazioni familiari adottive e affidatarie in Rete (CARE) col fine di "Agevolare l'inserimento, l'integrazione e il benessere scolastico degli studenti adottati" (il testo integrale del protocollo è disponibile sul nostro sito alla voce “Scuola”).

A tre anni di distanza si incominciano a raccogliere i primi dati, che permetteranno di conoscere quanti plessi scolastici hanno accolto le direttive ministeriali, provvedendo, tra l’ altro alla nomina della nuova figura del docente referente per l’adozione.

Si tratta di un insegnante, opportunamente preparato, che svolge un ruolo molto importante che “si esplica in due direzioni: verso l’ interno, con funzione di riferimento per gli insegnanti che hanno alunni adottati nelle loro classi; e verso l’ esterno, con funzione di cerniera tra scuola, famiglia, servizi socio-sanitari del territorio e altri soggetti che sostengono la famiglia nel post-adozione” 

Le associazioni dei genitori adottivi che aderiscono al Care si stanno attivando a livello locale, promuovendo incontri con gli uffici del territorio cui spetta il compito di rendere operative le disposizioni ministeriali. Un esempio a noi vicino è quello dell’ associazione Afaiv- Onlus di Arcisate (Varese) che nell’ autunno scorso ha organizzato, in collaborazione con la Asl di Varese e l’ Ufficio Scolastico della Provincia, un ciclo di incontri per la formazione dei docenti della provincia di Varese sul tema “Scuola e Adozione” (http://www.afaiv.it/it/SCUOLA/event- scuola-e-adozione/Percorso-di-Formazione-su-scuola-e-adozione-per-i-docenti-della-Provincia- di-Varese.html).

Recentemente la stampa italiana ha dato risalto ad una interessante iniziativa: Milano farà “da apripista con un censimento, appena avviato, dei bambini e dei ragazzi adottati presenti negli istituti, dall’ asilo alle superiori. Saranno raccolte caratteristiche e necessità, eventuali prassi già attive per favorire l’ inserimento e quali gli insegnanti con il ruolo di referenti scolastici per le adozioni”. La notizia ha avuto ampio risalto perché è stata data in occasione del convegno “Conoscere l’ adozione”, organizzato dall’ ufficio scolastico territoriale di Milano e Città metropolitana, che si occupa, tra l’ altro, della formazione del personale scolastico. Parte attiva del progetto il Care (http://www.coordinamentocare.org/public/) e la Caritas. I dati raccolti saranno resi pubblici il prossimo ottobre, in occasione di un nuovo convegno, dove si darà ampio risalto all’ importanza della formazione dei docenti referenti per l’adozione e al loro ruolo, che non si esaurisce nella fase del primo inserimento a scuola, ma prosegue durante tutto il percorso scolastico. Un risultato ottenuto grazie alla costanza e alla perseveranza delle associazioni e alle pressioni dei genitori che spesso hanno dovuto chiedere ad alta voce l’applicazione delle nuove direttive scolastiche.

In Italia si sta realizzando quello che noi desideriamo e chiediamo da anni: il riconoscimento della specificità della condizione adottiva e la necessità di un sostegno specialistico a tutta la famiglia. L’ esperienza avviata a Milano potrebbe essere l’ inizio di una collaborazione proficua tra scuole della Lombardia e del Canton Ticino.


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