mercoledì 30 settembre 2020

La mente adottiva - seminario per genitori online

 

martedì 15 settembre 2020

AFTA ha aperto la prima casa famiglia professionale in Ticino

 Comunicato stampa a cura di Andrea Milio (coordinatore ATFA) e Stefania Caffi (consulente sociale ATFA)

ATFA HA APERTO LA PRIMA CASA FAMIGLIA PROFESSIONALE IN TICINO

L’Associazione Ticinese Famiglie Affidatarie (ATFA), attiva sul territorio dal 1981, è l’unico Ente in Ticino che si occupa di affidamento familiare. L’Associazione è oggi felice di poter annunciare l’apertura della prima Casa Famiglia professionale del Cantone. Questa famiglia, appositamente formata per la gestione di situazioni di affidamento, da oggi potrà accogliere fino a quattro minori.

COS’È L’AFFIDAMENTO FAMILIARE

L’affidamento familiare è l’accoglienza  di un minore (0-18 anni) nella propria famiglia , a seguito delle difficoltà incontrate dai suoi genitori. Non si tratta di adozione e non interrompe iI rapporto tra il bambino e la sua famiglia d’origine. Si tratta di un’opportunità di crescita preziosa per il minore che, inserito in un ambiente familiare stabile, può trovare nuovi punti di riferimento affettivi ed educativi che lo aiutino a ricostruire una personalità serena ed equilibrata.

Tale delicato ed importante strumento si immerge e trova le sue radici nel processo relazionale che intercorre tra minore, famiglia di origine, famiglia affidataria e servizi socio-assistenziali.

Il minore viene così accolto in un luogo di cambiamento, che possa rafforzare la fiducia tra i soggetti coinvolti, facendosi motore dell’evoluzione positiva della vita del minore, della famiglia di origine e della famiglia affidataria. L’affidamento familiare è dunque un’occasione di apertura verso una nuova rete di rapporti.

Attualmente il Ticino è confrontato con due tipi di affidamento: quello Family, caratterizzato da una graduale conoscenza del minore e da un periodo di tempo a medio-lungo termine e quello SOS, caratterizzato invece dall’accoglienza di minori in situazioni di emergenza ed urgenza, per un periodo di tempo di tre mesi, prolungabili a sei.

LE ATTUALI TIPOLOGIE DI AFFIDO IN TICINO

Family

Si tratta dell’affido tradizionale, il quale prevede l’accoglienza di un minore per un periodo di tempo indeterminato (sino al ristabilimento di condizioni ritenute accettabili nella sua famiglia di origine).

L’estensione nel tempo permette alla famiglia di instaurare una relazione solida con il minore, la possibilità di accompagnarlo per un determinato periodo e di aiutarlo a sviluppare e realizzare obiettivi a lungo termine. Le famiglie Family accolgono minori previo un periodo di conoscenza e di ambientamento, che avviene in modo graduale. I minori che vengono accolti in affido a lungo termine, prima del collocamento solitamente si trovano in istituto o presso una famiglia SOS, la quale collaborerà con la famiglia Family per un accompagnamento progressivo.

SOS

La famiglia affidataria SOS accoglie il minore per un periodo di tempo limitato. La sua durata massima è infatti di tre mesi, prolungabili ad un massimo di 6 mesi, termine entro il quale il progetto del minore prevederà il rientro in famiglia, un collocamento in istituto o un collocamento a lungo termine presso una famiglia affidataria. L’allontanamento del minore dalla sua famiglia naturale è immediato e la famiglia SOS deve essere pronta ad accoglierlo con poco preavviso, spesso solo di alcune ore.

Alla famiglia è quindi richiesta molta più flessibilità e, contrariamente all’affido Family, non vi è la possibilità di inserire il minore nella famiglia affidataria in modo graduale.

Si tratta di famiglie formate appositamente per far fronte a questo tipo di emergenze, disponibili al 100% per il minore e per i servizi.

CHI SONO LE FAMIGLIE AFFIDATARIE

Solidarietà ed accoglienza rappresentano valori importanti e significativi il cui obiettivo è quello di migliorare il contesto in cui noi tutti viviamo.

Proprio partendo da questi due valori, è importante contestualizzare lo strumento dell’affido, una forma d’aiuto che vede coinvolte persone singole, coppie sposate o conviventi, con o senza figli.

L’affido, infatti, è una forma di protezione dell’infanzia che diventa indispensabile quando i genitori vivono una situazione di difficoltà familiare tale per cui è necessario l’allontanamento del minore.

Le famiglie affidatarie allora si mettono a disposizione dei servizi sociali per una piena collaborazione, in un’ottica di aiuto verso chi si trova in una situazione di momentanea difficoltà.

Nell’ambito dell’affido vi sono due principi base da tener conto: il principio della sussidiarietà (grazie al quale l’affido non è concepito come una sostituzione della famiglia naturale ma come un supporto ad essa) ed il principio della proporzionalità (il quale prevede un’accurata riflessione rispetto alla gravità del problema e alla ricerca di una soluzione idonea).

In questo caso è importante che l’affido sia l’ultima ratio in quanto strumento, e che quindi si opti per il collocamento a terzi unicamente dopo aver constatato che tutte le risorse disponibili a sostegno della famiglia o del minore fossero state ritenute non adeguate o insufficienti (giusti gli articoli 310 – 314 del Codice Civile Svizzero).

LA MISSIONE DI ATFA

Lo scopo di ATFA è quello di sensibilizzare la popolazione su questa tematica, offrendo inoltre il proprio sostegno alle famiglie affidatarie e agli operatori sociali.

Per farlo, l’Ente organizza periodicamente eventi, corsi di formazione e seminari dedicati all’argomento.

Oggi ATFA conta in Ticino circa 160 famiglie affidatarie a lungo termine che accolgono circa 180 bambini e ragazzi. Per le situazioni d’urgenza ci sono inoltre una decina di famiglie SOS, le quali sono in grado di accogliere i minori nell’immediato.

Tra le principali attività di ATFA c’è inoltre il costante impegno in nuovi progetti in base ai bisogni emergenti, ed è proprio nel seguire questo importante obiettivo che nasce l’idea della nuova Casa Famiglia professionale in Ticino.

LA FAMIGLIA AFFIDATARIA PROFESSIONALE

In questa missione, l’Associazione ha voluto infatti porre l’attenzione proprio sulla dimensione familiare della dimora, luogo di rifugio e ristoro.

Da qualche anno ATFA si è resa conto della necessità di proporre un nuovo tipo di accoglienza familiare, che potesse unire l’intimità ed il calore di una famiglia con l’esperienza, la responsabilità e la professionalità di un operatore sociale.

Negli anni siamo stati confrontati con situazioni particolarmente delicate che necessitano di una presa a carico più intenzionale, ragionata e consapevole: si tratta di minori per i quali il progetto è ancora in costruzione, minori che negli anni hanno sviluppato delle fragilità alle quali non tutte le famiglie potrebbero riuscire a far fronte.

Per questo motivo era imperativo riuscire a rispondere a anche a questi bisogni della società.

È con queste premesse che è nata la figura della Famiglia Affidataria Professionale (FAP) ed il suo luogo di vita, chiamato “Casa famiglia”. La figura della FAP non è mai esistita finora sul nostro territorio.

Si tratta, tuttavia, di una figura necessaria alle nuove tipologie di affidamento familiare.

LE CARATTERISTICHE DELLA FAMIGLIA AFFIDATARIA PROFESSIONALE

Dimensione familiare

È importante, spesso fondamentale per aiutare il minore a ritrovare preziosi punti di riferimento.

La piccola ma professionale dimensione della FAP permette un intervento individuale, più centrato, che può toccare temi importanti come l’accompagnamento alla vita autonoma e l’inserimento sociale e/o professionale. Verrebbe così offerto al minore un luogo intimo e familiare, in cui possa essere seguito da vicino.

 Luogo di vita

Non sono solo le persone a rendere ospitale e gradevole un’abitazione, ma anche la struttura. La FAP accoglie i minori in una casa intima ed accogliente che diventa luogo di vita, di ricordi, di affetto e di legami.

Figure di riferimento stabili

L’accoglienza in FAP permette di dare al minore continuità e stabilità nel tempo, consentendogli di sviluppare un sentimento di appartenenza e di attaccamento alle persone e al luogo, grazie alla persistenza nel tempo delle persone significative di riferimento.

Professionalità

La FAP si distingue dalle normali famiglie affidatarie grazie alla formazione nell’ambito sociale e all’esperienza nell’ambito dell’affido.

Queste risorse portano la FAP ad assumersi maggiori compiti e responsabilità nei confronti di un normale affido, seguendo maggiormente il minore anche in compiti ben definiti con la rete professionale, la quale supervisionerà il progetto. La FAP vede quindi intrecciarsi il suo statuto di famiglia con quello di professionista.

Gestione dei rapporti

Quando possibile, e in accordo con la rete, la FAP potrà essere integrata in progetti che prevedono la collaborazione con la famiglia naturale.

PER IL MINORE ACCOLTO L’OBIETTIVO DELLA FAP È QUELLO DI DIVENTARE UN PUNTO DI RIFERIMENTO IN TUTTI GLI AMBITI

Frammentazione e rallentamento nell’operatività sono elementi che possono scaturire quando troppi professionisti si occupano della stessa situazione.

Troppi operatori possono infatti creare nel minore un senso di confusione, di possibile disagio nel dover condividere tante volte la propria storia.

D’ora in avanti la FAP seguirà i minori all’interno degli ambiti principali della loro vita: scuola, lavoro, salute, contatti con la famiglia naturale, ecc.

Questo tipo di approccio permetterà al minore affidato di approcciarsi ad una rete più compatta e delineata, soprattutto ad una persona che lo conosca su più aspetti e che potrà disporre di una visione più completa sulla sua persona.

Il fatto che la FAP diventi principale riferimento del minore accolto permetterà all’assistente sociale dell’UAP e ad eventuali curatori di seguire da lontano la situazione.

Con i Servizi sono già stati fissati degli incontri a cadenza regolare ma è la FAP ad attivarsi nelle aree principali che riguardano la vita del minore.

Questo nuovo tipo di famiglia affidataria, rispetto a quelle standard, è infatti più indipendente ed è in grado di accogliere i casi più complessi che, spesso, non sono collocabili in normali famiglie affidatarie. 

IL RUOLO DI ATFA

La FAP è tenuta a partecipare a momenti di formazione organizzati da ATFA e a seguire aggiornamenti professionali continui, formazioni interne (ATFA) legate all’affido, formazioni esterne su temi legati all’utenza, atelier o corsi di formazione da svolgere con il minore.

ATFA organizza degli incontri di supervisione regolari che andranno a sommarsi ai rapporti di gestione che la FAP è tenuta a redigere regolarmente, sia per quanto riguarda i minori, sia per quanto riguarda la gestione economica familiare.

La Famiglia Affidataria Professionale è obbligata a partecipare a supervisioni regolari, e ad aggiornare la rete responsabile del dossier dei minori a lei affidati.

In suo sostegno è stata inoltre assunta una figura che si occuperà del sostegno educativo (aiutare i minori a fare i compiti, sgravare la famiglia, concederle dei momenti di riposo).

 IL CANTONE SI OCCUPERÀ DELLA VIGILANZA DELLA FAMIGLIA

L’Ufficio dell’Aiuto e della Protezione è l’Ente cantonale preposto alla valutazione ed alla vigilanza delle famiglie affidatarie. La base legislativa alla quale l’UAP fa riferimento è innanzitutto, a livello federale, il Codice Civile, sul quale si delineano tutte le leggi, quali la Legge sul sostegno alle attività delle famiglie e di protezione dei minorenni (LFam, art. 15 e 16); il Regolamento della Legge per le famiglie (RLFam) e l’Ordinanza federale sull’accoglimento dei minori a scopo di affiliazione (OAMin). Ai sensi dell’art. 10 OAMin:

1.     Un esperto designato dall’autorità visita la famiglia affiliante quando necessario, ma almeno una volta all’anno; redige un verbale di queste visite

2.     L’esperto accerta che siano adempiute le premesse della continuazione del rapporto di affiliazione. Consiglia i genitori affilianti in caso di necessità

3.     L’autorità vigila affinché la rappresentanza legale del minore sia debitamente disciplinata e quest’ultimo partecipi, in modo adeguato alla sua età, alle decisioni determinanti per la sua vita

L’UAP resta l’ente di riferimento della FAP, avendo esso il compito di valutare l’idoneità delle famiglie candidate ed in seguito vigilare su di esse.

L’assistente sociale responsabile della vigilanza è tenuto ad incontrare almeno una volta l’anno la FAP, redigendo un rapporto.

 UN PROGETTO CHE HA VISTO COLLABORARE PUBBLICO E PRIVATO

Se il progetto ha potuto finalmente vedere la luce nel primo trimestre del 2020 è stato anche grazie al contributo di alcuni importanti sostenitori tra i quali la manifestazione “Ogni centesimo conta” organizzata dalla Catena della Solidarietà in collaborazione con RSI, la Fondazione Medacta For Life e il Dipartimento Sanità e Socialità.

La partecipazione di questi attori al progetto consentirà d’ora in poi a tanti bambini e ragazzi di vivere una realtà familiare che li aiuti a crescere nel migliore dei modi.

giovedì 9 aprile 2020

"La paura dell'abbandono..." Incontro con la dott.ssa Livia Botta (14.01.2020)



La paura dell'abbandono riemerge in alcune fasi della vita: legami sentimentali e non solo https://www.spazioadozione.org/calendario/la-paura-dell-abbandono


Sapere cosa può succedere quando i nostri figli diventano adulti ci permette di attrezzarci per tempo, riducendo il rischio di essere ostaggi della nostra (e loro) emotività. E’ utile, come suggerisce la dott.ssa Botta, fare una mappa dei comportamenti ricorrenti, per evitare di reagire in modo scomposto ed esacerbare le tensioni. Quando loro stanno male, stiamo male anche noi e, come prima cosa, abbiamo bisogno di calmarci, di incominciare a riflettere e lavorare per capire, così da evitare pesanti ricadute sulla tenuta del legame. Ecco l’importanza di un aiuto esterno alla famiglia, di altri genitori e/o di specialisti in adozione.

Noi e i nostri figli abbiamo bisogno di elaborare lo tsunami di emozioni che può rischiare di travolgerci. Quando dobbiamo fare i conti con le nostre fragilità (senso d’impotenza, ansie, paure, ecc.) abbiamo bisogno di tutta la nostra forza.

Primo consiglio: non rompere mai il legame!

“ Quando parliamo di condizione adottiva adulta non parliamo - ovviamente - di una condizione univoca.
Tanti soggetti che sono stati adottati procedono abbastanza bene nell’età adulta: sono capaci di instaurare e mantenere relazioni intime, familiari, amicali soddisfacenti, di sentirsi sufficientemente gratificati dalle esperienze lavorative, soprattutto di venire a patti con le inevitabili difficoltà e frustrazioni che la vita adulta comporta. Come tanti altri adulti, possono ricercare un aiuto psicologico per difficoltà e problematiche che non compromettono in modo significativo il loro equilibrio personale (tipicamente, questioni legate alla conoscenza delle origini, difficoltà a superare lutti e perdite).
Pochi altri adottati adulti hanno sofferto traumi talmente gravi nell’infanzia da non essere in grado di condurre una vita adulta autonoma e da richiedere una presa in carico psichiatrica e/o l’inserimento in una residenzialità protetta.
Ma c’è anche una grande area intermedia di soggetti che, pur in grado di condurre una vita personale più o meno autonoma, incontrano difficoltà non indifferenti nelle aree delle relazioni e del lavoro: problemi a concludere un percorso di studi, a mantenere un’occupazione e a tollerare frustrazioni e difficoltà in ambito lavorativo; tendenza a instaurare relazioni sentimentali “sbagliate” e difficoltà a interromperle; problemi nelle relazioni sentimentali o amicali, vissute con scarsa responsabilità, comportamenti possessivi, iperdipendenti, conflittuali, imprevedibili; prolungata dipendenza dalla famiglia; serie difficoltà a gestire separazioni e lutti. In casi più seri, persistenti disturbi della personalità possono tradursi in comportamenti irregolari, provocatori e violenti, in abuso di sostanze o di alcol, in agiti delinquenziali.
La mia esperienza clinica con giovani adulti adottati suggerisce che per quest'ultimo gruppo di soggetti ci sono molte possibilità di miglioramento: in alcuni casi si possono raggiungere cambiamenti significativi; nelle situazioni più serie ci si deve spesso limitare a piccoli progressi, non sempre risolutivi delle problematiche di fondo ma comunque utili a diminuire il malessere dei vari membri della famiglia e a consentire che le criticità ancora presenti non compromettano troppo la vita e le relazioni”. Con l’ingresso nell’età adulta, è ovviamente l’adottato stesso a dover diventare responsabile e artefice del proprio cambiamento (una psicoterapia “informata sull’adozione” ne è la via regia, ma anche i gruppi di auto-aiuto possono fare molto). Ma un aiuto significativo possono darlo anche i genitori - soprattutto nelle situazioni più critiche – se riescono a superare le inevitabili sensazioni di sfiducia, impotenza, colpevolizzazione, a valorizzare quanto c’è di positivo nei comportamenti del figlio, a comprendere lo stato mentale sottostante ai suoi agiti, a trovare strategie comportamentali diverse dall’iperprotezione, dalla collusione o dal rifiuto. Sono comportamenti utili nei confronti dei figli adulti, ma ancor più produttivi se messi in atto precocemente”. (“La condizione adottiva adulta. Proposta di un gruppo di riflessione e approfondimento”, post del 26 gennaio 2020 https://www.liviabotta.it/blog):

Mappa

1.    difficoltà non indifferenti nelle aree delle relazioni e del lavoro: problemi a concludere un percorso di studi, a mantenere un’occupazione e a tollerare frustrazioni e difficoltà in ambito lavorativo;

2.    tendenza a instaurare relazioni sentimentali “sbagliate” e difficoltà a interromperle;

3.    problemi nelle relazioni sentimentali o amicali, vissute con scarsa responsabilità, comportamenti possessivi, iperdipendenti, conflittuali, imprevedibili;

4.    prolungata dipendenza dalla famiglia;

5.    serie difficoltà a gestire separazioni e lutti.

6.    in casi più seri, persistenti disturbi della personalità possono tradursi in comportamenti irregolari, provocatori e violenti, in abuso di sostanze o di alcol, in agiti delinquenziali.

Cosa cercano in una relazione sbagliata?
Cercano un legame che li faccia stare meglio, spesso un compagno/a da aiutare.
Loro, per primi, avrebbero bisogno di essere aiutati, ma questo pensiero mal si concilia con la convinzione di saper badare a loro stessi (“io non ho bisogno di nessuno”, “me la sono sempre cavata da solo/a”). Aiutando chi sta peggio di loro o che ha bisogno, curano la loro parte fragile (anche l’avvicinamento agli animali è un modo di prendersi cura della loro parte ferita). Più l’altro è mal messo, più loro sembrano stare bene, stabilizzarsi.
La scelta di un partner “sbagliato” mette a dura prova soprattutto le mamme, che guardano, impotenti, le figlie improvvisamente in balia di un legame esclusivo e totalizzante, fondato sul controllo e la dipendenza dal compagno di turno. Questa predilezione per le relazioni “malate” sembra condizionare anche la scelta delle amicizie, totalizzanti ed esclusive e poi improvvisamente interrotte e dimenticate A rendere oltremodo difficoltosa la tenuta della relazione può contribuire un comportamento ambivalente: “oggi sono così, domani sono cosà”, una specie di sdoppiamento della personalità. Nei casi più gravi si registrano dei veri e propri disturbi della personalità, dovuti ad uso di sostanze, dipendenze e presenza di una forte aggressività. Questi comportamenti (indipendentemente dal sesso dei figli) trovano una loro logica se letti come espressione del trauma da separazione da figure di riferimento: l’ abbandono della madre e la conseguente perdita del senso di sé (in alcuni casi si assiste addirittura al rifiuto di ogni forma di relazione).
Anche l’appartenenza ad una gang è un modo per ritrovare il passato, in particolare da parte dei bambini che hanno vissuto una situazione di abbandono per la strada. Non dobbiamo dimenticare che l’adozione ha costretto i nostri figli a un salto sociale enorme. Spesso le relazioni adottive più riuscite sono quelle che riguardano i ceti meno abbienti, dove non è presente il senso d’inadeguatezza, il non essere all'altezza, il non sentirsi accolti, il non essere al posto giusto.

Il ruolo dei genitori
Noi genitori dobbiamo lasciare da parte il desiderio del figlio/a ideale e imparare a fare i conti col figlio/a che c’è, le sue inclinazioni, i suoi interessi!
Spesso pensiamo di poter aiutare i nostri figli, ad esempio a scuola, ritenendo il nostro intervento indispensabile alla loro  riuscita.  Attenzione: non sempre siamo in grado di dosare il nostro aiuto. Per loro siamo troppo “ingombranti”, troppo bravi. Ecco allora l’utilità di altre figure educative; un amico più grande, ad esempio, può fare molto e diventare un modello da seguire. I genitori possono essere troppo “pesanti” e avere difficoltà a dosare il loro troppo amore. I figli vogliono collaborazione: l’aiuto di un accompagnatore (di un facilitatore) non il giudizio di un genitore, spesso iperprotettivo e sopraffatto dall’ansia di non capire come mai il proprio figlio faccia di tutto per auto-boicottarsi. Questo comportamento è legato non solo alla bassa autostima ma anche alle costanti interruzioni, separazioni, cesure che ha vissuto nella vita preadottiva. Accettare il nostro aiuto lo fa sentire debole; meglio incoraggiarlo dicendo “ma prova”, “vedi se funziona”. In altre parole accompagnarlo nel cammino senza avere già in tasca la soluzione. L’ambiguità del nostro aiuto sta nel fatto che, se noi ci siamo sempre, lo confermiamo nella convinzione di non essere in grado di farcela da solo. Dobbiamo lavorare, invece, per accrescere l’ autonomia e il senso di responsabilità.

Arriva poi il momento di prendere le distanze. Non possiamo essere onnipresenti. Abbiamo lavorato per anni (l’adolescenza arriva tardi e dura anni) per risarcirli dal danno subito. Ora basta: non possiamo andare avanti per tutta la vita! Dobbiamo imparare, come genitori, a prenderci i nostri rischi; ad accettare che i nostri figli possano commettere degli errori e lasciarli liberi di sbagliare. Non dobbiamo rimanere schiavi della paura di quello che potrebbe succedere! E’ importante credere nelle loro capacità e talenti e fare il tifo per la loro riuscita. Quando la paura porta al controllo è negativa, non ha valore evolutivo; invece, se controllo, cioè seguo mio figlio affinché faccia quello che deve fare perché ha talento e deve metterlo a frutto, allora va bene.

Uscire di casa

Divenuti grandi, alcuni hanno difficoltà a rendersi autonomi, a sganciarsi dalla protezione della famiglia; altri, al contrario, rivendicano ad alta voce il diritto di fare da soli e, se trovano ostacoli, se ne vanno sbattendo la porta. Un comportamento non esclude l’altro: è possibile che dopo una fuga si assista al rientro in famiglia, seguito da un difficile percorso verso una reale autonomia. Le risorse le hanno ma non sempre le usano, a volte fa comodo non usarle e dipendere dagli altri.

Se, invece, il figlio vuole andare e se la sente bisogna lasciarlo fare, lui deve sapere che avrà sempre la possibilità di tornare indietro. L’allontanamento da casa non è un nostro fallimento, al contrario! L'adottato, libero di progettare la propria vita, riesce più facilmente a mettere insieme tutti i tasselli del proprio vissuto: ricostruendo la propria storia ne diventa il padrone. Quando un adottato adulto riesce a fare i conti con l'abbandono, vuol dire che nella famiglia adottiva c'è stata coerenza, costanza, affettuoso accudimento sviluppato su tanti anni. Allora è stata acquisita la sicurezza necessaria per allontanarsi da casa. L'adottato che riesce a costruirsi una storia, a volte, non vuole neanche più cercare le origini: sta bene così.

A questo punto il nostro compito è di riprendere in mano la nostra vita, ritrovare l’indipendenza come coppia, seguire da lontano i nostri figli e, se richiesto, incoraggiarli a perseguire i loro obiettivi. Mantenere le distanze: “Veditela tu se sbagli” e non accettare alcuna forma di legame ricattatorio.
In alcuni casi, purtroppo, non ci si riesce. Occorre avere ancora pazienza. Ci sono figli che avrebbero bisogno di uscire da casa per imparare, un po’ alla volta, a diventare autonomi ma non sono riusciti a portare a termine gli studi; non lavorano; svolgono mansioni mal retribuite. Capita anche, e non sono casi isolati, che i nostri figli, non ancora indipendenti, diventino a loro volta genitori e abbiano bisogno, ancora per un po’, del nostro aiuto. E infine, ma non certo ultimi, ci sono i nostri figli più feriti, quelli sempre presenti nei nostri pensieri e amati da lontano, che lottano all’interno di strutture di contenimento (carceri, centri chiusi, comunità, ecc.) e che, per anni, sono stati privati di un sostegno specialistico e tempestivo in adozione (vedi https://www.spazioadozione.org/la-solitudine-dei-genitori.)


Devianze

Gli adulti non si possono costringere. Però quando si entra nel penale, sì. L’esperienza del carcere è sufficiente a farli cambiare? Il carcere non risolve il problema, però li aiuta a calmarsi. E’ un contenitore dove le relazioni sono meno impegnative. Hanno meno doveri emotivi. Le regole del gregge sono poche e funzionano. I genitori non devono avere cedimenti: devono mantenere una posizione chiara che non lasci spazio a giustificazioni o collusioni ma non devono in alcun modo rompere il legame. Il cammino sarà lungo e faticoso. La paura non paga, la pazienza e la nostra presenza sì, perché aprono la via alla riconoscenza. I nostri figli sono più forti di quello che noi pensiamo.


L’importanza dell’elaborazione

Attraverso l’elaborazione della propria storia adottiva i nostri figli riescono a fare i conti con il loro passato. Il passato non è rimosso ma riconosciuto, ascoltato, integrato con il presente. Anche la rabbia acquista un senso e una legittimità e diventa controllabile, come la tristezza, l'ansia, la depressione. Acquisendo la consapevolezza di non essere responsabili di quanto è loro successo, superano il senso di colpa e di vergogna e la sensazione di non essere degni d’amore. Ora sono responsabili del loro presente e del loro futuro. Sono pronti a vivere in modo sano i legami con i genitori adottivi, gli amici, i partner, i datori di lavoro, ecc.

L’elaborazione è una componente essenziale anche del cammino dei genitori. Riflettendo sul nostro senso di colpa e d’impotenza, superando la paura del domani potremo entrare in una fase di nuova progettualità. Ritrovare il piacere del tempo per noi, “provare piacere a vivere senza sentirsi indispensabili per un’altra persona fragile e dipendente”. (Livia Botta, Genitori adottivi per sempre?,post 23 maggio 2029 https://www.liviabotta.it/post/genitori-per-sempre)