venerdì 23 gennaio 2026

Conclusione

 


L'adoption peut être nécessaire, mais elle ne se réalise pas sans traumatisme, désarroi et perte chez l'énfant comme chez la mere de naissance. L'adoption ne peut pas reussir sans sacrifice, sans accordage affectif, sans amour et sans compassion. Et ce ne sera pas suffisant sans la compréhension et le soutien de la société en ce qui conserne la souffrance, les complexités et l'imbroglio de l'abandon et de l'adoption – une vision réaliste plutôt qu'une vision altruiste – pour offrir compéhension, compassion et soutien à tous les membres de la triade adoptive.1 Dépuis si longtemps chaque partie de la triade s'est sentie isolée dans ses difficultés. Personne en dehors de l'adoption ne semble capable de comprendre ce que cela signifie d'abandonner un enfant, d'adopter un enfant ou d'être abandonné et adopté. C'est là que lo vrai changement de paradigme doit se produire, dans le coeur et l'esprit de chacun “

Nancy Newton Verrier, Renouer aver soi. L'enfant adopté devenu adulte p. 566

 vedi Spazioadozione Ticino - Svizzera: 2009

1. Con triade adottiva si intendono i tre soggetti dell'adozione: mamma di nascita, figlio/a e mamma adottiva. Raramente si parla della mamma di nascita: è una presenza muta, il più delle volte ignorata ma non per questo assente. Talvolta si ha timore a nominarla, come se potesse diventare una minaccia nella costruzione del nuovo legame genitoriale. Eppure è la figura cardine del processo di riconciliazione. Quasi nessuno sembra rendersi conto dei suoi traumi  di madre, devastata dalla rinuncia del proprio bambino e dal non sapere cosa ne sarà di lui.

giovedì 22 gennaio 2026

50 anni dopo e il suolo svizzero.


Una storia vissuta con gli occhi di una bambina


Madras 21 maggio 1968. Era una mattina calda e umida, di quelle tipiche nel periodo dei monsoni quando gli odori sono più acri ed intesi. Ci apprestavamo a salutare tutti per partire: "Sister" Daniel, la "madre" di tutti, i nostri compagni, le altre suore, uomini e donne (era una missione e quindi fatta anche di adulti e malati). Bello! Una festa tutta per noi!

C'era gioia, ma non emozione, perché in verità pensavamo solo alla festa e il partire era semplicemente andare a fare un giretto, certi che saremmo tornati. Insomma, sembrava più una recita per noi. Un uomo bianco, vestito di scuro (ma non era un prete) ci prende in consegna e ci porta all'aeroporto. Lo conoscevamo bene. Era Mr. Brugnoli! Lo conoscevamo perché una volta l'anno veniva a farci visita per Terre des Hommes insieme ad altri visitatori (ho vestito anche io questi panni molti anni dopo per una Fondazione). lo, con altre ragazzine, ballavamo per dare il benvenuto a questi Signori. Per me erano giornate bellissime perché ci preparavano con i gelsomini bianchi profumatissimi nei capelli e i sari colorati. Ho capito più avanti del perché lui era lì; veniva per i nostri futuri genitori. Ma cosa fossero dei genitori, fratelli, sorelle, famiglia, la Svizzera, non è che l'avessimo proprio capito bene. Come potevamo d'altronde saperlo, se la nostra realtà era fatta di suore e tanti bambini. Di una quotidianità fatta del dormire tutti insieme per terra in un grande stanzone, giocare, andare a scuola e magiare un pasto semplice, riso e lenticchie, una dieta che non ingrassa ma se la superi ti rende più forte. Era una vita fatta di poche cose, ma non conoscendo altro per noi andava bene così. Non puoi desiderare dolci, se non li hai mai mangiati, non puoi volere vestiti, scarpe, giocattoli se non li hai mai posseduti, non puoi anelare ad una famiglia se non l'hai mai avuta. Certo, la vita era dura (le punizioni non mancavano) ma era uguale per tutti e, tutto sommato, stavamo bene.

Arriviamo all'aeroporto più curiosi che spaventati. Wow ma che sono quelli? Aerei? Per noi erano grandi uccelli di ferro e ci dovevamo pure salire sopra! Per fortuna non siamo spaventati, siamo solo stupiti e meravigliati. La hostess che ci accompagna mi regala (penso anche agli altri) una piccola borsetta celeste con un aereo bianco stilizzato, simbolo della Swissair di allora, e una bambola. Me li ricordo perfettamente ed erano miei, proprio miei! Ci si abitua in fretta al lusso. Del viaggio non ricordo molto. Solo che guardavo fuori dal finestrino e vedevo le stelle e la luna tanto grandi e tanto vicine, era davvero "toccare il cielo con un dito", una meraviglia! Arrivo a Ginevra. Il tempo era bello. Accidenti, un altro mondo, un altro odore, altre facce e poca gente, una strada che mi pareva deserta (probabilmente abituata alla quantità indiana), l'asfalto nero e un maggiolino bianco (ogni volta che vedo un maggiolino penso a "quel" maggiolino). Ma dove sono il signor Brugnoli e gli altri....i genitori? Ecco ora sì che inizia davvero l'ansia, la paura, la sensazione del non ritorno, che qualcosa di definitivo e irreparabile stava per accadere! I piccoli piangono, io tengo duro, perché mi avevano detto di badare anche a loro. Veniamo condotti in un ospedale a Monthey, un nome che non scorderò mai più. Entriamo in una stanza. I letti sono colorati, c'è una grande finestra, guadiamo giù. Un senso di vertigine, siamo in alto perché le persone erano piccolissime. Chissà che una di queste formichine non possa essere il signor Brugnoli che viene a riportarci a casa. Eravamo in quarantena, eravamo in prigione! Medici, infermieri e non so chi altro erano gentili probabilmente, ma noi non capivano niente di quello che ci dicevano. Ci hanno portato via tutto (borsetta della swissair, bambola, vestiti...) quindi non potevano essere gentili. Ci visitavano, ci parlavano, ci portavano un cibo che non conoscevamo, volevo la marmellata sugli zwieback sopra e sotto e no! non lo puoi fare. Ma perché solo da una parte? Non mi capacitavo di questa sciocchezza.

Ricordi tanto netti quanto solo di un film senza suoni. Sono passati tanti giorni. Ci sentivamo nella casa del diavolo, questo era la nostra unica certezza. Guardavamo con ansia giù da quella finestra; ogni uomo vestito di scuro era la nostra speranza. Finché un giorno si spalanca la porta entrano la suora cattiva (poverina) che ci aveva portato lì, il signor Brugnoli a cui non abbiano dato scampo negli abbracci e i nostri genitori. L'incontro. Ad ognuno i suoi. Ho dato subito la mano a mio padre e non l'ho mai più lasciata. Nel mio immaginario era un uomo e quindi il mio salvatore (povera mamma). Ecco, inizia il mio nuovo viaggio, il nostro lungo viaggio, verso il Ticino, verso casa, verso mio fratello, verso la nuova vita! La prima cosa che ho fatto entrando in casa? Mi sono messa a giocare al lego con mio fratello Pietro senza parlare. Semplice no? No, non é così semplice... ma tre mesi dopo, a settembre, iniziavo la scuola a Breganzona parlando perfettamente l'italiano.

22 giugno 1968, arrivo a Ginevra di quattro bambini indiani: Morena 7 anni, Bruno 6 anni, Margherita 5 anni e Mani 4 anni.


"Sfide e risorse della famiglia" - Varese, Convegno Afaiv Onlus, 19 maggio 2012-

 

L'adozione oltre confine: l'emergenza porta alla nascita di un'associazione 

(nostro intervento al convegno organizzato dall'Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita  AFAIV APS - Associazione Famiglie Adottive Insieme per la Vita )


Mi chiamo Fausta Manini, sono mamma adottiva di due figli di origine brasiliana che hanno oggi 24 e quasi 26 anni, adottati all' età di 6 e 8 anni. Sono italiana, abito in provincia di Varese e sono presidente di Spazioadozione Ticino. La mia storia adottiva è iniziata in Svizzera, dove mio marito ed io abbiamo vissuto per quasi 30 anni,

La nostra preparazione all'adozione è stata molto carente: 18 anni fa, quando abbiamo avuto la fortuna di conoscere i nostri due figli, non ne eravamo coscienti, eravamo solo felici! Purtroppo nessuno ci ha informati che prima di educare i nostri figli avremmo dovuto curare le loro e le nostre ferite.

Spazioadozione nasce a Lugano nel 2007 come gruppo di auto-mutuo-aiuto di famiglie adottive in grande difficoltà, con figli ormai grandi (dai 16 ai 20 anni). ln comune il bisogno, l'urgenza di raccontare la propria storia, per andare oltre la fase della colpevolizzazione ("dove abbiamo sbagliato?"); di dare voce alle tante famiglie in difficoltà, che scelgono il silenzio e si autoescludono dalla società; di elaborare, insieme ad altri genitori disposti a non perdere la speranza, strategie di sostegno per aiutarci ad aiutare i nostri figli. Alcuni fuori casa da anni, passati da un foyer all'altro, da un educatore all'altro, da uno psicologo all'altro; altri fuggiti all'improvviso sbattendo la porta... senza essere riusciti a parlarci dei fantasmi che agitano la loro vita; altri, ancora alle prese con programmi di recupero, in bilico tra riuscita e nuova rinuncia.

E' difficile parlare delle proprie difficoltà, tutelando il diritto alla riservatezza dei figli, soprattutto in un ambiente piccolo come il Ticino. D'altra parte, proprio la limitata estensione del territorio renderebbe possibile monitorare, se solo ci fosse la volontà, l'intero percorso adottivo dei ragazzi: dal loro ingresso in Svizzera all'età adulta. I ragazzi in seria difficoltà sono sotto gli occhi di tutti e le strutture presenti sul territorio non sono sufficientemente preparate ad un vero lavoro di sostegno e di recupero.

Tante le domande:

  • perché alcuni dei nostri figli fanno delle "scelte" che rovinano loro la vita?

  • perché non riescono a valutare le conseguenze delle azioni?

  • perché sembrano non riuscire ad imparare dagli errori?

  • perché quando dicono di aver fatto un programma sono solo riusciti a prendere atto della situazione presente?

  • perché quando sono prossimi ad ottenere un risultato, si fermano, come se il successo facesse loro paura?

  • perché per farcela (a scuola e sul lavoro) devono mettere in campo una quantità immensa di energia?

Grazie ad un intenso e costante scambio di informazioni, di letture, di ore e ore passate su internet - è lì che abbiamo conosciuto Newton Verrier, Johanne Lemieux, Marie-Josée Lambert, Caroline Archer, Jean-Francois Chicoine, ma anche formidabili donne, come la psichiatra Firenze Clothier, che nel 1943, a proposito dei figli adottivi, già parlava di "perdita del filo della continuità famigliare", di "trauma", di problemi dell' "attaccamento", di "ansia", di "tensioni", di "come i nostri figli vivono combattendo", concetti che a distanza di 70 anni facciamo ancora fatica a far accettare - ci accorgiamo oggi di essere cambiati, di tollerare meglio le frustrazioni, di porci in modo diverso, indubbiamente più consapevole, di fronte alle richieste e ai comportamenti dei nostri figli: abbiamo imparato a dare un senso ai loro comportamenti.

Abbiamo imparato a fare i conti con il gioco dello specchio: capire che i nostri figli si guardano e ci guardano attraverso uno specchio che deforma le loro percezioni. Lo specchio è la metafora degli occhi della mamma di nascita (che "non sempre si accendono" guardando il bambino), attraverso i quali hanno incominciato a conoscere il mondo e a conoscere loro stessi. Le esperienze precoci di accudimento disorganizzato, la mancanza di una guida sicura e l'abbandono li ha convinti di essere indegni di stima, amore, attenzione. Benché ora vivano in una situazione totalmente diversa rispetto al passato, le loro reazioni sono rimaste le stesse. Il nostro affetto spesso li spaventa, perché del tutto sconosciuto e le nostre offerte di aiuto vengono sdegnosamente rifiutate, perché lette come un nostro ripetuto tentativo di guidare la loro vita. Nei loro pensieri i bambini e i ragazzi, che soffrono e che fanno soffrire, credono spesso che i loro genitori adottivi siano la causa di tutti i loro problemi. Sono comportamenti che facciamo fatica a capire e che facilmente giudichiamo illogici, distorti, caotici ma che riflettono un modo diverso di leggere la realtà e di pensare. Il problema sta nella comunicazione: ognuno di noi è convinto che il suo modo di comunicare sia quello giusto. Se questi meccanismi si consolidano si finisce per avere l'impressione di vivere in due mondi paralleli.

Ecco la necessità di arrivare ad un linguaggio comune, attraverso un lungo lavoro di osservazione e di riflessione sui reciproci comportamenti. "Cosa ci vuol dire/cosa vogliamo dirgli comportandoci così?" E' molto importante prendersi il tempo per ascoltare e ascoltarsi.

Capita, invece, di essere presi dalla frenesia del fare, se i bambini sono già grandi: ecco che tutto viene programmato per recuperare un ritardo, ad esempio a scuola, non sapendo che senza una buona base di sicurezza, che richiede tanto tempo, i bambini non possono imparare.

Abbiamo capito che bisogna essere amorevoli, empatici ma vigili e solidi come una roccia: in particolare con i bambini adottati già grandi, abilissimi nell'individuare i nostri punti deboli, che vorremmo disperatamente poter nascondere anche a noi stessi. Poche regole, semplici e soprattutto non negoziabili.

Rimane, infine, sempre lo scarto tra comprendere un comportamento e viverlo sulla propria pelle! Occorre conoscere per tempo qualche piccolo trucchetto per gestire le situazioni critiche da subito, senza lasciarsi sopraffare dall'emotività. A volte basta dire al proprio figlio — questo consiglio mi è stato suggerito da una mamma giovane con un figlio preadolescente - "capisco che stai per avere una crisi, respira con calma, io sono qua"; altre volte, sono gli stessi nostri figli, ormai adulti, che ci aprono il loro cuore e ci spiegano come avremmo allora dovuto aiutarli.

So bene che per molti di noi, e di voi, è difficile restare calmi di fronte alla valanga di rabbia, risentimento e dolore che alcuni nostri figli, i più feriti, ci scaraventano addosso in momenti diversi della loro vita, quelli di massima disperazione, per poter tirare un po' il fiato... E' per questo che insistiamo sulla necessità di poter contare sull'aiuto di professionisti preparati, che sanno di cosa stiamo parlando. Da qualche anno anche in Ticino le cose si stanno muovendo e ci piace pensare di aver dato, anche noi, un piccolo contributo.

I nostri figli, come tutti gli adottati, sono dei "sopravvissuti": il termine è di Johanne Lemieux, assistente sociale, psicoterapeuta canadese specializzata in adozione. E' un termine a mio avviso azzeccato perché è indicativo non solo del loro vissuto traumatico ma anche delle loro sorprendenti capacità di recupero. Non dimentichiamolo mai! Soprattutto quando i nostri figli si espongono a grossi rischi, mettendo in serio pericolo la loro vita: sopravviveranno anche questa volta.

Per quanto riguarda il passato preadottivo, affrontare il tema dell'abbandono è difficile perché evoca paure antiche, ataviche, quelle delle fiabe della nostra infanzia. Spesso sono i compagni di gioco a chiedere ai nostri figli "perché i tuoi genitori ti hanno abbandonato?'

E' una domanda crudele che viene posta non certo perché i bambini sono cattivi: sono solo spaventati dall'idea che anche i loro genitori possano, in un domani, lasciarli soli...

La grande illusione, l'errato convincimento, sta proprio nel pensare che si possa mettere da parte tutto il passato e giocare al "fare finta che". Questo gioco è molto popolare: da parte delle famiglie è soprattutto una forma estrema di difesa, "il timore di conoscere la verità", ma da parte degli operatori è un segno di grave ignoranza, di irresponsabilità, soprattutto quando volontariamente decidono di tacere alcune informazioni per "il bene del bambino" o per "non allarmare troppo i genitori". Non capiscono il danno che ci fanno e il rischio a cui espongono tutta la famiglia.

Per quanto riguarda le sorprendenti capacità di recupero, l'importante non è solo crederci ma sapere cosa fare. Non bisogna essere genitori speciali, maestri speciali, terapeuti speciali, occorre solo "essere ben informati", avere una preparazione specifica, sapere che ce la possiamo fare, che ci sono gli strumenti per intervenire, che occorre muoversi subito e che ci vorrà molto tempo.

Noi genitori abbiamo bisogno di consigli pratici, di trucchi, di strategie per cambiare il modo di relazionarci con i nostri figli; è per questo che ci piacciono i libri che ci danno indicazioni su cosa fare, che parlano dei nostri problemi quotidiani. Non per nulla gli autori di questi testi, la maggioranza donne, sono mamme adottive, che hanno vissuto sulla loro pelle, le situazioni che raccontano, con in più una preparazione professionale di prim'ordine.

Capire è il primo passo. Poi occorre far conoscere alle famiglie, agli insegnanti, alle assistenti sociali, ai medici, ai terapeuti e... ai giudici (perché i percorsi dei figli non sono sempre lineari) "come funzionano" i nostri figli. Infine l' ultima tappa, senz' altro la più difficile ma molto stimolante, diventare operativi. Noi ci stiamo provando.

Oggi lavoriamo su due temi cruciali: la scuola e il lavoro, a cui abbiamo dedicato la nostra giornata-studio, organizzata a Breganzona nel febbraio 2010 (gli atti sono disponibili sul nostro sito). Come ricorderà chi ci ha seguito, in particolare gli amici dell'Afaiv, abbiamo raccontato l'esperienza di una coppia di nostri soci (dal marzo dell'anno scorso siamo diventati un'associazione!) che hanno deciso di offrire un'opportunità lavorativa ad una ragazza di 18 anni, in grave difficoltà dopo aver terminato la scuola media. E' nostra intenzione ampliare questa esperienza, coinvolgendo i datori di lavoro e i servizi presenti sul territorio.

Per quanto riguarda la scuola, abbiamo alcuni mesi fa preso contatto con il capo del DECS (Dipartimento dell'Educazione, Cultura e Sport) per avviare un progetto di sensibilizzazione nelle scuole (di ogni ordine e grado) sulle difficoltà d'apprendimento, legate alla mancanza di sicurezza dei nostri figli.

Abbiamo pensato ad una formazione mirata degli insegnanti con funzioni specifiche (di coordinamento, di relazione scuola-famiglia, di sostegno), dei direttori e degli esperti della didattica. L'obiettivo è quello di far sapere a tutti gli insegnanti, che hanno in classe un figlio adottivo, che non sempre possono farcela da soli e che è utile farsi aiutare. I nostri figli, prima di poter apprendere (parlo non di riproduzione, imitazione di quello che fanno i compagni, ma del piacere della scoperta), hanno bisogno di sentirsi "in sicurezza" e occorre tempo per curare i postumi neurologici dei traumi precoci e bisogna sapere come intervenire.

E i nostri figli ? Come reagiscono al nostro impegno? Decisamente bene! C'è chi ci dà una mano (parlo dei ragazzi che sono qui oggi) e chi ci segue un po' più da lontano: i nostri figli più feriti, all'inizio preoccupati ("ma cosa ti viene in mente?", "perché ti fai i fatti miei?") e poi, un po' alla volta, rincuorati ("si occupa di me"..."mi pensa"...). La paura di essere dimenticati è sempre presente, anche in chi se n'è andato sbattendo la porta.

I nostri figli sono la nostra ragione di vita. Hanno grandi abilità... tra cui costringerci a fare i conti con alcuni aspetti del nostro carattere che preferiremmo poter ignorare; ci permettono "di finire di crescere" e di questo li ringraziamo.

mercoledì 21 gennaio 2026

Come funzionano i nostri figli: diario di un'adozione: dal 2008 al 2015 e... oltre

 

Una storia che ti arriva dritta al cuore, piena di coraggio e autoironia. Nulla è taciuto: le parole hanno la forza di un pugno allo stomaco e la dolcezza di una carezza. 


Riassunto delle puntate precedenti


Ed eccoci al riassunto delle puntate precedenti (...) La mamma in questione che sono poi io, 42 anni, una laurea il lingue assolutamente improbabili e ormai dimenticate, lavori sempre in ambiti noiosi ma con colleghi simpatici (l'ho già detto che non si può avere tutto, no?!) un simpatico marito che alla domanda "Ma mi vuoi bene?" risponde "Fatti i cazzi tuoi!".

ma si dai, simpaticamente (non si può avere tutto, no? ....ma come mi ripeto, sono già sulla via dell arterio....troppo sale, l'avevo detto...)

Comunque insomma, questa sono io, bassina, forma a pera Williams, cellulite dall'età prescolare, biondina obbligata alla tinta da una canizie precoce, un gran brutto carattere... insomma una tra le tante.

E da tre anni quasi, mamussa del pequeño.

Il karo, ossia il mio consorte, 44 anni, è un gran bel pezzo di omone, ultimamente si è anche fornito di un grosso air bag sul davanti, che può venire utile soprattutto quando il pequeño decide di usarci come punchinball.

Il karo, così chiamato dagli amici perché proprio caro, è l'uomo con il più grande senso dell'umorismo che conosca e lo ha dimostrato sposandomi. Certo ho dovuto un po' insistere e passare diversi anni vivendo nel peccato ... Ma non si può avere tutto, no?

Il karo è da tre anni quasi, papusso del pequeño.

Insieme a noi in questa simpatica avventura un grosso "wurstel peloso", gatta obesa di nome "Ml", nome derivatole dall'unico suono che è in grado di emettere. Insomma una grossa gatta nera (con disegnate delle mutande bianche pelose sul sotto-pancia), sempre piena di tarzanelli che assolutamente non si vuole fare togliere, timida all'inverosimile.

Da tre anni quasi, la Mi del pequeño.

Il pequeño: IO anni di pura inkazzatura con il genere umano, nato nella stessa città di Cordoba (intendo quello dell'Inter, come si chiama? ..lvan Ramiro..moh! convinto di avere molte cose in comune con Cordoba (sempre quello di prima) ossia un superdotato del pallone come pochi, bello come un sole quando il cielo è di quell'azzurro così forte che quasi non lo puoi guardare, con una testa paurosamente incasinata da sette anni e mezzo di vita condivisa con dei malati di mente, e non è un eufemismo.

Ora, te lo dicono in tutti i corsi che fai prima, che potrebbe essere che tuo figlio di riempirà di calci e pugni, che ce l'avrà a lungo con te, che magari ti farà pagare tutto il male che gli hanno fatto, gli altri....

E tu, chissà perché pensi (perché in effetti non c'è proprio nulla che dovrebbe indurti a formulare un pensiero così sciocco..) : "Sì, ma non succederà a me "

E invece, (.azz.!), succede, e proprio a te.

Completato il quadretto.

Ora sarà più semplice capire molte cose.

Forse.


FATICA


E' la parola del mese (ma forse anche prima...)

Vero è che il pequeño fa una fatica bestiale a svegliarsi la mattina, a stare seduto al banco a scuola, a fare lezione di matematica con la ragazza che gli fa ripetizioni (ieri per altro la povera ha abbandonato il campo senza riuscire neanche a fargli aprire il libro...), fatica fatica fatica.

Fatica mia e di papusso sempre più scarichi, sempre più rassegnati di fronte all'immobilità della situazione ferma, fissa, immota nella sua inadeguatezza, fatica fatica fatica.

Fatica nell'accettare la nostra incapacità, fatica nel rivalutare ogni atteggiamento, ogni stato d'animo, ogni soluzione che fino a ieri pensavi valida e oggi no, fatica fatica fatica.

Fatica nell'andare dalla psico, fatica pure all'idea di non andarci.

Fatica a cercare di cambiare le cose, fatica nel non riuscire più a fartele andare bene così come sono.

Fardello di fatica pesante sulle spalle, un masso enorme troppo pesante da portare soli. Ma il problema anche gli altri si rivelano una fatica, per la continua richiesta di mediare ed attutire i colpi del nostro pequeño, che ultimamente sferra delle stoccate davvero potenti .

Tempo fa ad una conferenza di una nota neuropsichiatra che da anni si occupa di adolescenti adottati, ho tremato di fronte alla constatazione (per altro già arcinota) che il 90% dei fallimenti adottivi si verificano perché le famiglie adottive sono lasciate sole.

Già.


IL PEQUEÑO D.O.P (NDR: DISTURBO OPPOSITIVO PROVOCATORIO)


Come prima cosa vi dico che non ci ho messo mica poco ad accettare che mio figlio fosse un ragazzo diverso dagli altri, anzi ci ho messo praticamente cinque anni... ora però ho capito, non ho più dubbi.

Mio figlio è una ragazzo disturbato e il suo disturbo sta nel comportamento.

Lo psico lo ha definito "disturbo oppositivo-provocatorio".

Quel che complica è che — visto con occhio superficiale — può risultare nell'ordine:

cafone, maleducato, arrogante e indisponente.

poi anche illogico, spiazzante, oppositivo a tutti costi e contro ogni logica, astuto nel colpire i punti deboli, a volte aggressivo e violento.

Eccovi il quadro del mio pequeño.

Le conseguenze di questo comportamento deviato sono molteplici:

qualità della vita in  comune  scarsissima

- assenza o quasi di amici

- relazioni con i professori devastate e/o molto complicate

- relazioni con i parenti (nonni, zii, etc) quasi inesistenti.

E' che non riesco a spiegare al mondo che lui proprio gli strumenti per agire in modo diverso non li ha.

E' come se da domani mi chiedessero di fare una prova di salto con l'asta... senza darmi l'asta.

Già con l'asta avrei delle GROSSE difficoltà perché mai nessuno mi ha insegnato come si salta con l'asta, ma anche se mi decidessi a provare, non saprei come fare perché l'asta IO NON CE L'HO.

Troppe volte ho visto persone adulte irrigidirsi su posizioni di gioco di forza per "dimostrare" al pequeño "chi è che comanda" e "come si fa a stare al mondo".

Le stesse persone - di fronte all'insuccesso della tecnica muro-contro-muro — le ho viste girare i tacchi e cambiare aria in fretta.

Fornire l'asta o in alternativa provare ad abbassare l'asta da saltare, spiegando ogni volta cosa e perché lo si sta facendo, per molti — troppi — adulti è segno di debolezza, sintomo del cedere al ricatto di un ragazzino.

ln realtà significa dare una mano a chi ha dovuto imparare a camminare, correre, mangiare, parlare, vivere - nei periodi migliori da solo - in quelli peggiori assistito da adulti inadeguati e malati di mente. (non trovo altra definizione per certi comportamenti).

Significa aiutare un ragazzo disturbato a trovare gli strumenti per mitigare il suo problema e magari, spero per lui, un giorno risolverlo.


SOMIGLIANZE


Ti osservo ogni giorno nei tuoi cambiamenti, piccolo grande pequeño.

Ti scruto in ogni dettaglio: quei due piedi così grandi (44 a 14 anni...) che non fanno altro che crescere ancora e ancora.

Quegli occhi verdi e marroni che continuano a cambiare colore e mi confondono e mi fanno strano.

Quella moquette di capelli folta sulla testa che vorresti tanto agitare e vedere muovere, invece è fissa e immobile, a prescindere dalla sua lunghezza.

Quelle giornate come quella di ieri, rare (ma un tempo pensavo impossibili!) nelle quali sei tranquillo e sereno: studi ad alta voce, mi parli, mi sorridi con dolcezza, con gli occhi che ridono, senza pensieri.

lo qui — circondata da persone che si cercano nei figli e osservano compiaciuti i tratti della somiglianza — mi interrogo sull'origine dei tuoi lineamenti, dei tuoi piedi così lunghi, del tuo corpo slanciato e dei tuoi occhi verdi e resto con le mani abbandonate in grembo, senza risposte.

Senza risposte e con un figlio che mi incanta.

RABBIA


Non so proprio davvero che dirti.

Soccombo davanti alla tua rabbia cieca,

alla tua voglia di lite furibonda,

davanti alla tuo desiderio quasi fisico di umiliarmi

e farmi sentire incapace di crescerti, educarti,

insegnarti il rispetto, per me così importante

e alla base di ogni relazione.

Tu stai lì con il coltello tra le mani, cercando pretesti,

perché grazie a Dio, motivi di infelicità per ora nelle nostre vite non ce ne sono.

Tu stai lì e ti rigiri il coltello tra mani aspettando

-come una fiera imbestialita -

il momento di affondarlo.

Su chi ti vuole bene.

Gli altri non ti interessano. A loro sorridi beato.

Che disastro.


ANCORA LA RABBIA


Quella rabbia che proprio non accenna a diminuire

che ti porta ad aggredire,

spingere,

strattonare

per motivi che noi riteniamo futili

e che a te devono invece apparire come gravissime offese al tuo fragile equilibrio.

Chissà se finirà mai la tua rabbia

che quando eri piccolo era la rabbia dei fatti recenti,

ora che sei adolescente è la rabbia della ribellione, del distacco e della ricerca di sé e delle origini

e domani, mi chiedo, sarà ancora lì con altri motivi o con un altro nome.

Mi ferisce pensare che tutti i dottori, gli specialisti, i luminari

gli amici tuoi e nostri,

i parenti vicini e lontani,

tutti hanno gettato la spugna -

mentre tu, con fatica e disagio, ancora lotti

bambino in un corpo di uomo -

contro questo fantasma spaventoso e potente.


IL PEGGIO E TULIPANI


Capire che tuo figlio riesce a tirar fuori da te il peggio, ma davvero tutto il peggio che tu possa dare è qualcosa di spiazzante e triste.

Ci provo, ogni giorno, ogni minuto, ogni secondo a cercare nelle pieghe più nascoste di me stessa le cose buone, belle che servono a lui, ma anche a me — per metterle su un vassoio di parole e dargliele — leggere — perché possa servirsene per star meglio e affrontare le cose con serenità.

Ma mentre cerco il bello, trovo il brutto, il meschino, il gretto che mi disgusta e mi fa paura.

E sento fallire il mio progetto di vita.

Non riesce a consolarmi il fatto che intorno a me nessuno sembri farci caso, ormai nemmeno lui che ci dà solo il peggio e riceve da noi solo il peggio, in un circolo vizioso di brutture ed incapacità, di terapie senza alcun risultato se non quello di lasciarci senza soldi.

Sento la fatica, grande, ho l'impressione che mi voglia schiacciare. Sollevo le braccia, la fermo tenendola in alto con entrambe le mani, paonazza per lo sforzo.

Spero nella primavera, che tra poco arriverà.

Spero in una rinascita del cuore, del cervello, dell'energia.

Nuova vita di cui ho un grande, grandissimo bisogno — per ritemprarmi e rinnovare le risorse.

Domani pianterò i tulipani.


LE REGOLE NON SCRITTE DELL' ADOLESCENZA


Gli adolescenti hanno regole non scritte che occorre rispettare se si vuole sopravvivere ed aver una vita un minimo serena.

Soprattutto se l'adolescente è adottivo.

Allora, in quel caso, è fondamentale rispettare alla lettera tali regole, rischio - oltre al consueto perpetuo surfare sul — spintoni e altre amenità che molti genitori di adattivi sperimentano quotidianamente.

Una delle regole formulate dall'ex pequeño (scusate ma da quando è andato oltre l'1 e 80 non me la sento più di chiamarlo pequeño) proprio in questi giorni è la seguente:

"Se si vuole bene a qualcuno per davvero, è severamente vietato rivolgergli la parola la mattina quando si è appena svegliato". Appendice alla suddetta regola: lo stesso vale in caso di sonno pomeridiano o serale.

Shhhht!


VOGLIA Dl NORMALITÀ


Vorrei svegliarmi una mattina, sorridere e vedere che anche tu ti svegli e sorridi.

E poi trascini i piedi a far colazione e non ti arrabbi perché la bottiglia del latte è nuova /quasi vuota / fredda /calda / latte intero / parzialmente scremato/scremato/ fresco/microfiltrato/Uht etc.

E poi non ti arrabbi perché sto lì con te a fare colazione/non sto lì con te fare colazione, perché ti parlo/non ti parlo, perché ti guardo/non ti guardo, perché esisto e basta.

E poi magari ci sediamo lì sul terrazzino tra le piante odorose a scherzare su qualcosa, qualsiasi cosa, anche il tempo e tu

stai bene e non fraintendi ogni parola, pensando che io ti stia rimproverando per qualcosa.

E ridi sereno.

E io anche.

E stiamo bene.

Succederà prima o poi, anche se è molto che aspetto e ancora non è successo, so che succederà.

Non perché il bene vince tutto, quelle sono palle, non è vero.

Ma perché tu hai tante risorse e la voglia di star bene prima o poi manderà tutto il resto a farsi fottere.


LE REGARD DES AUTRES


Ciò che è più complesso da gestire di fronte ai problemi di comportamento del mio pequeño, è lo sguardo degli altri.

E non parlo di quello di genitori, vicini, sedicenti amici, no, no. A quello ormai ho già fatto una rassegnata abitudine.

Parlo dello sguardo di certi medici, sì sì, gli specialisti!

Siete stupiti? Lo sono anche io, soprattutto dopo l'incontro con un nuovo neuropsichiatra privato al quale abbiamo chiesto aiuto perché ci sentivamo "poco accompagnati" dal servizio pubblico ed avevamo paura di sbagliare.

La sensazione principale dell'incontro con questo medico è stato il disagio. Data la costanza della sensazione per tutto l'incontro, credo a questo punto fosse un disagio voluto (come non bastassero le messe alla prove costanti e faticose del pequeño... e mi vien da dire: ma otto anni di messa alla prova non sono abbastanza? Guardate che se va avanti così ci possiamo presentare al guinness dei primati!... Macché, niente da fare! Ci tocca!)

Cosa pensi dottore, che fossimo venuti da te per chiederti la pastiglietta magica per fare guarire il nostro pequeño? Pensi che davvero siamo così ingenui e sprovveduti da non capire che la mente è un universo complesso dove i fil sui quali camminano in precario equilibrio pensieri ed emozioni, possono rompersi anche solo per uno sguardo o un respiro e non c'è farmaco che tenga botta?

Se lo sguardo di chi ti dovrebbe accompagnare nei tuoi equilibrismi di genitore con un figlio ricolmo di problemi di comportamento come un tacchino per il ringraziamento, se quello sguardo invece di soffiarti in alto per alleggerire il tuo cammino stentato diventa invece uno sguardo severo, giudicante ed aggressivo che ti affossa e ti fa scivolare ogni passo giù dal filo... allora proprio no, non ci siamo.

Caro luminare — sappi che se ci poni le tue domande con fare minaccioso ed indagatorio che ti manca solo l'uniforme delle Schutzstaffel, se ci fissi con aria di sfida senza mai abbassare lo sguardo per un'ora di fila come in quel gioco che si faceva da bambini, se mi chiedi 150 € per dare al mio pequeño lo stesso farmaco che prende già (però di più!), se da tre giorni popoli i miei incubi notturni con la tua ingombrante presenza carica di ansia..... beh ça va sans dire che non ti affiderò il mio pequeño, no, no.

E smetti per favore di fissarmi.

Grazie


NON AVREI MAI PENSATO


Non avrei mai, MAI pensato che il destino mi riservasse un cammino così complicato.

Tutti mi ripetono che ciascuno ha i propri problemi, disordini, complessità, casini ma.

Sono certa che in alcuni casi il MA ci sta.

E pure maiuscolo.

Ho comunque una certezza.

Che prima o poi avrò guadagnato mio figlio al mondo.

Adozione infinita


Adozione infinita: riflessioni sull'alternanza dei ruoli 


Capita di essere sopraffatti dall'ansia, dal pensiero di dover assistere i nostri figli per tutta la vita. So bene che si è genitori per sempre, non metto in discussione questo dato di fatto; semplicemente mi chiedo se arriverà il momento in cui vedremo i nostri figli saldi sulle gambe e pronti a prendersi in mano la loro vita. Da oltre dieci anni la nostra adozione, iniziata ventidue anni fa, ci mette a dura prova: i nostri alti e bassi ricordano le oscillazioni degli indici di borsa: salita, arresto, caduta libera, ripresa lenta, impennata, nuovo tonfo e così di seguito.

Genitori o nonni

Dopo aver fatto i genitori, eccoci qui a fare i genitori-bis di nostra nipote. Lo so che i nonni devono fare i nonni e i genitori i genitori e che l'alternanza dei ruoli è alla base di un sano ed equilibrato rapporto famigliare.

Ma sono sicura di essere capita da chi si trova impelagato nella mia stessa situazione: un conto è sapere cosa fare, un conto è riuscire a farlo. Cerco disperatamente di capire come fare per conquistare il diritto di comportarmi solo da nonna. Ce la farò mai? Mi do ancora tre anni e spero di rientrare nella casistica dei genitori adottivi che ce la fanno, almeno questa è la mia interpretazione della famosa citazione di D.W.Winnicott : "Quando si consegna un bambino a due genitori non si offre loro un simpatico diversivo, si altera tutta la loro vita, se tutto va bene passeranno i prossimi venticinque anni cercando di risolvere il problema che gli abbiamo posto. Se invece le cose non vanno bene -e molto spesso vanno malissimo- li avremmo avviati sul difficile cammino della delusione e della tolleranza del fallimento".

Le nostre figlie facilmente hanno figli senza disporre degli strumenti idonei alla loro cura. Sono orgogliose di essere mamme ma non capiscono che per fare i genitori devono rinunciare alla pretesa di continuare ad essere accudite. Rivendicano, giustamente, l'autonomia educativa ma spesso non riescono ad entrare in sintonia con i bisogni dei loro piccoli. Il tutto è spesso complicato dalla presenza di compagni inadeguati (è l'eufemismo più gentile che riesco a trovare). La situazione può facilmente degenerare e il sogno di una famiglia tutta loro si può trasformare in una prigione.

Chiedo ad una ragazza adottiva di ventidue anni, ancora senza figli, quale spiegazione dà all'elevato numero di ragazze adottive che si legano a compagni inaffidabili e mettono al mondo un figlio. "E' un po' la storia che si ripete"- mi spiega "ma, a differenza delle nostre mamme, vogliamo dimostrare di essere in grado di prenderci cura del nostro bambino". Nelle sue parole non c'è alcun intento polemico nei confronti di chi l'ha abbandonata, nessuna animosità. Mi chiedo se la maternità possa offrire alle nostre ragazze l' occasione per riappacificarsi con la madre biologica.

Quando si parla dei costi dell'adozione non si parla mai di quelli che occorrerà affrontare negli anni del post- adozione: parlo dei vari supporters: maestri, educatori, scuole private (sic!), medici, specialisti vari e, più avanti, quelli relativi al mantenimento di eventuali nipoti. Per fortuna, alcune ragazze smarrite, o rese abuliche da nuove esperienze traumatiche, riescono a ritrovare la via di casa e noi genitori siamo ben contenti di spalancare loro la porta. Benché ogni storia sia diversa dalle altre e molte adozioni procedono, pur con qualche intoppo, secondo un percorso abbastanza lineare, penso sia importante che i neo-genitori sappiano a cosa possono andare incontro.

Lotta continua

Guardandomi intorno vedo situazioni parecchio ingarbugliate e decisamente più complesse della nostra. Il fatto di essere in tanti ad avere problemi non mi consola per niente. E ancor meno mi consolano, anzi a dir la verità mi irritano non poco, le facili generalizzazioni e i commenti di molti genitori adottivi e biologici -uso questa espressione poco amata per rimarcare il fatto che non dobbiamo avere paura delle parole- secondo cui "oggi tutti i giovani hanno problemi, indipendentemente dal fatto di essere o meno adottati". Certo i comportamenti dei giovani sono simili ma del tutto diverse sono le motivazioni che li determinano.

Noi genitori adottivi dobbiamo fare i conti con i danni prodotti dalla cultura della nostra società e, in più, con il traumi subiti dai nostri figli: abbandono, assenza di cure, abusi. Lottiamo a tempo pieno contro una società che corteggia e vezzeggia le nuove generazioni in quanto futuri consumatori: promette guadagni a fatica zero, deride la cultura, l'impegno scolastico, il rispetto dell'individuo e pubblicizza, come unico scopo della vita, la felicità, costi quel che costi. Allo stesso tempo dobbiamo aiutare i nostri figli, che provengono da altre culture, che appartengono ad altre etnie e che giustamente pretendono di avere gli stessi diritti dei coetanei, a curare le loro profonde ferite e, nei casi più disperati, ad aiutarli a trovare una ragione per vivere. Molti sanno praticare la respirazione bocca a bocca o il massaggio cardiaco, ma quanti conoscono le tecniche per ridare la vita ai nostri? Mi riferisco non solo a noi genitori ma anche a chi dovrebbe saperne di più. Gli specialisti in adozione esistono, ma sono ancora delle perle rare.

Che fare?

A distanza di molti anni dall'inizio del mio percorso di mamma adottiva mi accorgo di essere totalmente cambiata: questa lunga esperienza mi ha rivoltata come un calzino e devo dire grazie a mio marito per il sostegno e per le spietate critiche. Insieme siamo riusciti a sopravvivere: siamo anche noi dei "sopravvissuti", come i nostri figli. Se ripenso ai miei sogni e alle mie aspettative di neo-mamma mi viene da sorridere con dolcezza: quanto ero ingenua e ignorante! Con gli anni, forse, sto acquisendo un po' di saggezza. Certo continuo a camminare in salita ma ho imparato a fermarmi per riprendere fiato.


Posso farcela


Sono figlia adottiva e madre di una bimba. Da circa sei mesi ho intrapreso, grazie all' aiuto e al suggerimento della mia famiglia e di persone a me care, un percorso di crescita per il mio benessere interiore che mi sta permettendo di incominciare a riconciliarmi con il mio passato e rendermi fiduciosa per il futuro.

Un po' in ritardo per la mia età sto maturando e me ne sto accorgendo: sono cambiate piccole e grandi cose e la mia autostima, dapprima nulla pian piano si evolve. A volte non mi accorgo subito ma le persone che mi circondano avvertono una nuova me ed è bello quando me lo fanno notare.

A voi che siete genitori, ho pensato, potrebbe essere di grande aiuto questa mia lettera, poiché dietro a dei silenzi, reazioni forti, chiusura anche con la società, c'è una storia che qualsiasi ragazzo porta con sé e ha difficoltà a parlarne o ad essere creduto.

Ci sono figure professionali come gli psicologi che danno veramente un grande aiuto. Se avessi iniziato prima questo percorso avrei potuto evitare continue situazioni spiacevoli e concentrarmi su me stessa e sui miei punti di forza...

Una cosa ritengo veramente importante dire è che io non sono stata forzata, né costretta da nessuno: mi sono resa conto dopo una serie di situazioni a rischio di aver toccato il fondo e che un valido aiuto mi avrebbe fatto bene.

Sì, ci vuole determinazione, non è una passeggiata: io, che nella mia vita mi sono sempre arresa a qualsiasi difficoltà, questa volta non ho mollato e non sto mollando perché ho voglia di MIGLIORARMI. (anni 29, adozione internazionale)


Ringraziamo l' autrice per il coraggio. Chiedere di essere aiutata, decidere di diventare una donna e una mamma "migliore", fare i conti con il proprio passato, offrire la propria testimonianza per aiutare altri giovani e aprire un dialogo con noi, sono scelte autonome che testimoniano un grande cambiamento in corso.

Da parte nostra siamo convinti che questa lettera aiuti a comprendere meglio quello che è il mondo dei figli de/ cuore; quanto debbano lottare per crearsi un' identità, un posto nella vita e quanto sia importante che la società conosca le loro fatiche e le loro lotte. Infine, ma non certo per ultimo, questa testimonianza trasmette una grande speranza. Fa bene al cuore, meglio di quattro bypass alle coronarie! La lettera che segue è indirizzata ai genitori biologici. Si tratta di un "compito terapeutico", che esclude qualsiasi presa di contatto con la famiglia di origine. 

Lettera a loro - ho scelto di scrivere "loro" perché per me sono due estranei -

Incomincio con un sospiro...( BLOCCO ALLO STOMACO PAROLE BLOCCATE IN GOLA PIANTO INTERROTTO)

Già, proprio così, un sospiro di tristezza e rassegnazione. Pensavo fosse facile scrivervi questa lettera, invece no..

Le sensazioni che provo da anni e in questo momento sono due : perdono e rabbia. Mi costa scrivere e pronunciare il vostro nome e cognome... mi è stato sempre facile, ma ora con la penna in mano non ce la faccio.

Purtroppo mamma ti ho sempre perdonata, nel mio cuore ho creduto che un minimo (e mi bastava) di bene me ne volessi. Parto da te perché io ora sono mamma di una bambina stupenda che ora ha quasi 7 anni; anche lei come me ha sofferto e sta soffrendo (già anch'io come te ho scelto uomini violenti e menefreghisti che amavano bere) Risultato? Il padre fa la sua vita senza preoccuparsene né farsi vedere e raramente sentire.

Quante volte ti ho pensata volontariamente e non (nei sogni, nelle mie sbronze, drogandomi) tu donna indifesa e non desiderosa di cambiare (nemmeno l 'amore per i tuoi figli, in questo momento penso fosse più forte l' amore per il tuo uomo, ne sono sicura lo amavi più di te stessa e la bottiglia) il resto.. Noi eravamo solo degli oggetti: messi da parte dimenticati e ricordati all'occorrenza.

Non riesco a concepire tanto menefreghismo, un tempo ti giustificavo: forse è l' alcool, mancano i soldi, siamo poveri; si è vero ci mancava tutto però i pochi soldi che servivano per acquistare l' alcool riuscivate a trovarli. L'amore, l'affetto, quello di cui un bambino ha bisogno quotidianamente e il sacrificio, lo sforzo per dare lo stretto necessario dov'erano?.

Se ogni tanto avevo il lusso delle tue carezze e attenzioni intuisco un briciolo di bene me ne volessi , ma non abbastanza per prendere in mano la situazione e scappare.

Anch'io come te ho cercato involontariamente amori come ho detto prima violenti. Quando finì la prima storia stetti molto male, incominciai a lasciarmi andare seguendo molto probabilmente quello che ho sempre visto e mi sembrava un normale fare. Mi gettai nell'alcool, nella droga, era l'unico modo per soccombere alla mia depressione e sofferenza e dimenticare.

Anche il mio primo amore in maniera più lieve del secondo manifestava il suo possesso con schiaffi. Ed ecco la somiglianza tra me e te: noi innamorate che ci facciamo in quattro per seguire la persona amata (a differenza tua io ignoravo e un po' ero cosciente delle situazioni sbagliate in cui mi mettevo a volte anche di alto rischio per mia figlia. Si, mia figlia ogni tanto era un "soprammobile" (l' amore e l' alcool mi annebbiavano), noi facilmente malleabili, deboli fisicamente, bisognose di qualcuno al nostro fianco; perché senza non siamo in grado di stare.

Quanta insicurezza che ho ad affrontare la vita, le nuove situazioni, ancor di più se da sola. Devo aver ogni giorno la conferma dalla persone a cui voglio bene che me ne voglia veramente; aspetto sempre una fregatura (abbandono) già...

Nella mia nuova vita voglio poter cancellare questa paura, è più forte di me anche se vedo tutto l'amore di questo mondo dimostrato da chi me ne vuole veramente mi aspetto sempre una mossa sbagliata : esser delusa non è piacevole specialmente dalle persone importanti per mia vita. Così per me è diventato normale stare con l'orecchio teso, ho ricevuto troppe pugnalate salate. Mai ti ho vista picchiarmi solo difendermi da lui: ci provavi ma non cela facevi, ma che razza di animale hai scelto da amare?

FLASH BACK Non hai mai coccolato, dato attenzioni a mio fratello. Sono ferita maggiormente, ma perché io sì e lui no? Era invisibile per te, in questo momento mi sento sfinita al sol ricordo. Lui è sempre stato mio figlio, io me ne sono sempre occupata, protetto sfamato come potevo: quanto era bello e vivace ma tu cosa ne vuoi sapere... neanche lo degnavi ( forse tu volevi solo la femmina o forse ero già troppo io). TACCHICARDIA

C'è stato un periodo che pensavo che un giorno ti avrei ritrovata, portata via con me da Lui. Ti avrei tenuta con me, la bimba e il mio compagno; ti avrei fatto vedere come vive una famiglia normale, quali erano i veri bisogni. Ti avrei coccolata credo anche viziata. Ero in gravidanza e tutto era più positivo con una luce diversa, tutto si poteva risolvere, in me c 'era una grande energia. Senza accorgermene sognavo perché non vedevo tutto ciò che mi stava succedendo attorno: un compagno che spesso la sera si ubriacava ed era violento era normale; se ricollego che per anni queste situazioni erano quotidiane. Questo sì che era amore per me: non mollare mai nemmeno davanti ad una violenza... Cavoli è normale, tu lo facevi! Eri tu il mio esempio, quale dimostrazione più grande di questa d'amore potevo dare? Se non quella di resistere...tutto passerà.

Già.. avevo poco da mangiare . Ma si... c' era l' amore: prima la piccola, e se non c' era per me...chi se ne frega! NAUSEA

Ma le botte, le parole fanno male, a te no? come facevi a rialzarti e ripartire come se nulla fosse accaduto? (e sì.. anche ho fatto, quanto ho subito, me ne sono stata in silenzio, mi sono data mille colpe, ho cercato di rimediare impegnandomi: perché quando amo, amo e come mi riesce bene e naturale ..mi sembra ovvio, ho visto e vissuto troppa cattiveria. Non è parte di me.

Ma anche con l' essere troppo buoni si finisce per esser sfruttati, usati con gran facilità, scordati o ignorati (ciò mi fa male quanto l ' esser abbandonata); creandomi paranoie e accusando me stessa di essere sbagliata.

Ecco allora la mia insicurezza dettata dal fatto che ci avete sempre fatti sentire come uno sbaglio: agli sbagli non si da amore, è meglio non pensarci, gli sbagli sono un peso..."Che crepassero questi due sbagli!"; sì perché infondo è quello che facevate non avendo cura di noi. Mi piace pensare che tutto ciò mi ha fatta soffrire maledettamente per anni, ma cosa c'è più forte di tutto ciò che ho affrontato? Il peggio è passato ed è il passato. Non ci sarà più nessuno a cui permetterò di divorarmi, non me lo merito; SUDORE! La violenza fisica e verbale non è atto d'amore o un atto giustificato ( la violenza verbale mi fa più male di quella fisica... deducete voi il perché).

Imparerò ad amarmi, a non aver paura dei cambiamenti, a non dubitare dell' amore delle persone che mi vogliono bene e che non tutte si posso permettere il lusso di avere il mio cuore e saranno poche (si per anni ho considerato la quantità non la qualità).

Ora ci sei Tu...vorrei farti provare le stesse cose che abbiamo provato per anni, quanto è da vigliacchi prendersela con chi non è in grado di difendersi, di reagire.

Il frutto del tuo sangue... noi pezzi di te... fatti a pezzi per anni.. Possibile che per te fosse giusto un atteggiamento simile?

Evidentemente si.

Non mi viene da scriver nulla ma mi voglio sforzare per non pentirmene dopo. Voglio pensare che l'uomo di per sé, anche se maledetto come te, almeno un lato buono ce l' abbia. Un giorno ti ritroverai da solo: credo che mamma non resisterà per anni a tutto ciò, troppo debole; allora ti sentirai smarrito e capirai se il cervello te lo permetterà, cosa vuol dire restare soli, trovarsi tutto ad un tratto abbandonato, sì perché amici, parenti ci possono esser sempre, ma quando diventi un impegno rimani solo.

Credo poi che nella vita chi fa del male prima o poi dovrà pagare i conti con se stesso. Quindi non ti auguro niente.. tutto verrà da sé.

Il figlio al quale risparmiavi le violenze l' ho cresciuto io, l' ho trattato come un figlio, lui era piccolo, intelligente, osservava, ascoltava, apprendeva il non giusto inconsciamente.

Ora è alto un po' meno di te, mulatto, un bell' uomo dal cuore tenero. Ha sofferto anche lui per la fine del suo primo amore, chissà in quella circostanza come l' avresti consolato?... Non ti preoccupare gli è venuto istintivamente di attaccarsi all'alcool e droga. Raccontano i suoi amici "quando è ubriaco... è violento, molesto" e allora penso a te com'eri: da quello che mi hanno descritto io l' ho collegato a te. Quante volte ho desiderato far ciocca con lui, non sapendo come si comportava ne ero incuriosita, e se un giorno l' avessi visto nei tuoi atteggiamenti il mio cuore sarebbe esploso. Ho paura per lui perché si spinge sempre oltre; anch'io mi sono spinta sempre oltre fino a farmi del male, possibile bisogna arrivare a tutto ciò?

Le volte che ho consumato droghe pesanti mi sono sentita forte, invincibile come te: ammetto non era male. Perlomeno mi sentivo sicura e in grado di difendermi da sola, ma nessuno voleva starmi vicino, e quindi non è stato difficile distaccarmene.

Sai ho scoperto e dovuto ammettere a me stessa che anch'io ho preso un po' della tua aggressività con la creatura che meno se lo merita al mondo, mia figlia. Non capita spesso, avviene così all' improvviso come facevi tu con me. Riprometto sempre a me stessa che non succederà... e invece... Bene mi sento una merda e voglio esser aiutata, per mia figlia voglio il meglio. Perché sono una brava mamma. Chiudo questa lettera: vi ho descritto le mie esperienze, i miei dolori portati dentro per anni. Voi dovete sapere quante difficoltà abbiamo incontrato nel nostro percorso; siamo vivi... voi non lo so. Siamo stati adottati e abbiamo una famiglia che ci ha amato dalla prima foto che gli è stata inviata di noi...quanto li ho fatti patire... loro ci sono sempre stati.

Questo è AMORE. Ciao anche se siete in cielo adesso sarete sereni e avrete finalmente capito cos' è l'amore.








Quando la "diversità" diventa un "di più"

 

"Hai mai provato a correre senza pesi? Sensazione divina...non senti la fatica e vai più veloce degli altri. Mentre prima stavi indietro, improvvisamente recuperi e alle volte addirittura sorpassi...con il sorriso e con la voglia di non fermarti più" (24 anni, adozione internazionale)

Fino a poco tempo fa credevo di dover trovare un' occupazione qualsiasi, pur di rendermi autonomo; ora so che posso pretendere di più, non solo dalla vita ma soprattutto da me stesso.

Mi sono reso conto che come figlio adottivo non volevo più reggere il carico d'ansia che mi condizionava a dover sempre cercare di rincorrere gli altri per riuscire a restare, se non al loro passo, almeno dietro alle loro spalle: d' altronde è ciò che impone la società alla fine! Col tempo ho infatti capito che è proprio la particolarità del mio vissuto il mio punto di forza e di debolezza allo stesso tempo.

Parliamoci chiaro: l' adozione non è una cosa normale, se no tutti i bambini sarebbero abbandonati alla nascita e cresciuti da genitori sconosciuti. Siccome non è così che funziona, qualche cosa di anormale ci deve essere. Il fatto di essere stati abbandonati o tolti ai genitori, aver vissuto per strada e poi in orfanatrofio o l'essere stati collocati presso una o più famiglie affidatarie e infine adottati, ci costringono a una serie di continui e traumatizzanti sradicamenti che ci rendono irrimediabilmente "diversi" dagli altri, ossia più "ammaccati".

D' altra parte però è proprio il bagaglio di esperienza che ci siamo fatti, il nostro "di più", che dovrebbe farci capire davvero quanto siamo più tosti! Ed è appena ci rendiamo conto di essere dei "di più" che riusciamo a volare! Hai mai provato a correre senza pesi? Sensazione divina....non senti la fatica e vai più veloce degli altri. Mentre prima stavi indietro, improvvisamente recuperi e alle volte addirittura sorpassi...col sorriso e con la voglia di non fermarti più.

Tutti noi ce la possiamo fare, abbiamo solo bisogno di più tempo per capire tante cose, principalmente sono certezze e sicurezze, che un ragazzo "normale" solitamente ha già acquisito.

Abbiamo preso e prendiamo tante insaccate, però è anche vero che abbiamo superato un sacco di ostacoli, rialzandoci sempre: siamo qui, vivi e resistiamo tenaci a denti stretti, speranzosi! Anche perché appena scatta la consapevolezza che ce la possiamo fare, allora la nostra vita cambia totalmente.

Il brutto è non comprendere questo, ecco perché si resta fermi al palo. Alcuni di noi ce la fanno da soli, altri, forse, hanno bisogno di un aiuto. Certo non è facile: quando stai male e sei convinto di vivere in un mondo di merda non vuoi l'aiuto di nessuno; come fai a fidarti di un mondo o di una realtà non scelta volontariamente da te ma imposta?. lo infatti ho sempre avuto diffidenza nei confronti degli psicologi: se riescono a entrare nelle teste degli altri, mi dicevo, vuoi vedere che riescono a convincermi che questa realtà invece è bella, che può portarmi felicità? Ma questo avrebbe voluto dire accettare dei compromessi, soprattutto con me stesso.

Ora come oggi mi rendo conto di come tale modo di ragionare fosse profondamente sbagliato e pericoloso (da paranoico) e che l'unico modo per uscire dal guado, se ti rendi conto di non farcela da solo, è di accettare un aiuto. La realtà, se non ti va bene, puoi sempre darti da fare per cambiarla, migliorarla; cercare di sfuggirla all'infinito è impossibile proprio perché le paure non se ne vanno, ma si moltiplicano come un virus, rischiando di trasformare la vita in un vero e proprio incubo.