giovedì 22 gennaio 2026

50 anni dopo e il suolo svizzero.


Una storia vissuta con gli occhi di una bambina


Madras 21 maggio 1968. Era una mattina calda e umida, di quelle tipiche nel periodo dei monsoni quando gli odori sono più acri ed intesi. Ci apprestavamo a salutare tutti per partire: "Sister" Daniel, la "madre" di tutti, i nostri compagni, le altre suore, uomini e donne (era una missione e quindi fatta anche di adulti e malati). Bello! Una festa tutta per noi!

C'era gioia, ma non emozione, perché in verità pensavamo solo alla festa e il partire era semplicemente andare a fare un giretto, certi che saremmo tornati. Insomma, sembrava più una recita per noi. Un uomo bianco, vestito di scuro (ma non era un prete) ci prende in consegna e ci porta all'aeroporto. Lo conoscevamo bene. Era Mr. Brugnoli! Lo conoscevamo perché una volta l'anno veniva a farci visita per Terre des Hommes insieme ad altri visitatori (ho vestito anche io questi panni molti anni dopo per una Fondazione). lo, con altre ragazzine, ballavamo per dare il benvenuto a questi Signori. Per me erano giornate bellissime perché ci preparavano con i gelsomini bianchi profumatissimi nei capelli e i sari colorati. Ho capito più avanti del perché lui era lì; veniva per i nostri futuri genitori. Ma cosa fossero dei genitori, fratelli, sorelle, famiglia, la Svizzera, non è che l'avessimo proprio capito bene. Come potevamo d'altronde saperlo, se la nostra realtà era fatta di suore e tanti bambini. Di una quotidianità fatta del dormire tutti insieme per terra in un grande stanzone, giocare, andare a scuola e magiare un pasto semplice, riso e lenticchie, una dieta che non ingrassa ma se la superi ti rende più forte. Era una vita fatta di poche cose, ma non conoscendo altro per noi andava bene così. Non puoi desiderare dolci, se non li hai mai mangiati, non puoi volere vestiti, scarpe, giocattoli se non li hai mai posseduti, non puoi anelare ad una famiglia se non l'hai mai avuta. Certo, la vita era dura (le punizioni non mancavano) ma era uguale per tutti e, tutto sommato, stavamo bene.

Arriviamo all'aeroporto più curiosi che spaventati. Wow ma che sono quelli? Aerei? Per noi erano grandi uccelli di ferro e ci dovevamo pure salire sopra! Per fortuna non siamo spaventati, siamo solo stupiti e meravigliati. La hostess che ci accompagna mi regala (penso anche agli altri) una piccola borsetta celeste con un aereo bianco stilizzato, simbolo della Swissair di allora, e una bambola. Me li ricordo perfettamente ed erano miei, proprio miei! Ci si abitua in fretta al lusso. Del viaggio non ricordo molto. Solo che guardavo fuori dal finestrino e vedevo le stelle e la luna tanto grandi e tanto vicine, era davvero "toccare il cielo con un dito", una meraviglia! Arrivo a Ginevra. Il tempo era bello. Accidenti, un altro mondo, un altro odore, altre facce e poca gente, una strada che mi pareva deserta (probabilmente abituata alla quantità indiana), l'asfalto nero e un maggiolino bianco (ogni volta che vedo un maggiolino penso a "quel" maggiolino). Ma dove sono il signor Brugnoli e gli altri....i genitori? Ecco ora sì che inizia davvero l'ansia, la paura, la sensazione del non ritorno, che qualcosa di definitivo e irreparabile stava per accadere! I piccoli piangono, io tengo duro, perché mi avevano detto di badare anche a loro. Veniamo condotti in un ospedale a Monthey, un nome che non scorderò mai più. Entriamo in una stanza. I letti sono colorati, c'è una grande finestra, guadiamo giù. Un senso di vertigine, siamo in alto perché le persone erano piccolissime. Chissà che una di queste formichine non possa essere il signor Brugnoli che viene a riportarci a casa. Eravamo in quarantena, eravamo in prigione! Medici, infermieri e non so chi altro erano gentili probabilmente, ma noi non capivano niente di quello che ci dicevano. Ci hanno portato via tutto (borsetta della swissair, bambola, vestiti...) quindi non potevano essere gentili. Ci visitavano, ci parlavano, ci portavano un cibo che non conoscevamo, volevo la marmellata sugli zwieback sopra e sotto e no! non lo puoi fare. Ma perché solo da una parte? Non mi capacitavo di questa sciocchezza.

Ricordi tanto netti quanto solo di un film senza suoni. Sono passati tanti giorni. Ci sentivamo nella casa del diavolo, questo era la nostra unica certezza. Guardavamo con ansia giù da quella finestra; ogni uomo vestito di scuro era la nostra speranza. Finché un giorno si spalanca la porta entrano la suora cattiva (poverina) che ci aveva portato lì, il signor Brugnoli a cui non abbiano dato scampo negli abbracci e i nostri genitori. L'incontro. Ad ognuno i suoi. Ho dato subito la mano a mio padre e non l'ho mai più lasciata. Nel mio immaginario era un uomo e quindi il mio salvatore (povera mamma). Ecco, inizia il mio nuovo viaggio, il nostro lungo viaggio, verso il Ticino, verso casa, verso mio fratello, verso la nuova vita! La prima cosa che ho fatto entrando in casa? Mi sono messa a giocare al lego con mio fratello Pietro senza parlare. Semplice no? No, non é così semplice... ma tre mesi dopo, a settembre, iniziavo la scuola a Breganzona parlando perfettamente l'italiano.

22 giugno 1968, arrivo a Ginevra di quattro bambini indiani: Morena 7 anni, Bruno 6 anni, Margherita 5 anni e Mani 4 anni.


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