domenica 26 febbraio 2012

Ancora su adozione e scuola

Ancora qualche considerazione su un tema importante che interessa e coinvolge molte associazioni di genitori adottivi, soprattutto oltre confine. Le testimonianze citate sono il frutto di uno scambio di pareri all'interno del gruppo <adozionescuola@yahoogroups.com>.

I bambini adottati incontrano a scuola gli stessi problemi, le stesse difficoltà di tutti gli altri bambini? Ci aiuta pensare che non esistano diversità?Pensiamo sia utile partire da queste semplici domande. Sulla base della nostra esperienza di "genitori collaudati" diciamo che non ci aiuta. Certo è molto rassicurante pensare che il sostegno della nuova famiglia e la buona accoglienza a scuola possano annullare le differenze e permettere ai nostri figli di iniziare il percorso scolastico in una posizione di parità con i loro compagni. Nei fatti ci siamo convinti -e ci sono voluti tanti anni, tanti sbagli e tanta sofferenza (nostra e soprattutto dei nostri figli)- che l'apprendimento scolastico non procede in modo lineare e che è costantemente condizionato dalle emozioni e dai sentimenti che segnano la vita dei nostri figli.

"Sarebbe sbagliato credere che questi ragazzi che sono stati sballottati qua e là andranno poi bene a scuola. Sono pieni di ansie che impediscono loro di concentrarsi a lungo. Aiutateli a fare del loro meglio, ma abbassate le vostre aspettative. Molti di questi bambini stanno ricevendo più informazioni di quanto siano capaci di elaborare sotto forma di esercitazioni o compiti." Nancy Newton Verrier, La ferita primaria. Comprendere il bambino adottato, Saggiatore (2007)

La scuola è un'esperienza centrale nella vita di tutti i ragazzi, basta pensare alla quantità di ore che vi trascorrono: è il luogo di confronto con i coetanei (i pari), con gli insegnanti (gli adulti) e con l'istituzione (le regole). Il bambino adottivo deve continuamente dimostrare agli altri di essere uguale, pur sentendosi diverso. Non è facile vivere costantemente in stato di allerta; senza pensare ai nuovi doveri che lo attendono a casa, primo tra tutti i compiti, che spesso si traducono in una fonte di nuova ansia per tutta la famiglia. Fermiamoci un attimo a pensare a quante pressioni sono sottoposti i nostri figli: a casa, a scuola e anche nelle attività extrascolastiche. Quanti sono gli insegnanti che conoscono questa realtà?

Una mamma adottiva, insegnante, impegnata nel lungo lavoro di sensibilizzazione dei colleghi sulle tematiche dell'adozione, scrive, parlando di un ragazzino particolarmente vivace, "(...) solo l'insegnante di educazione motoria, con molti anni di insegnamento alle spalle, si è reso conto della peculiarità del bambino… ma subito dopo ha affermato che, visti i problemi che questo ragazzino gli creava nell'ora pomeridiana di sport oltre l'orario, per la prima volta nella sua carriera lo avrebbe escluso dall'attività". E' un esempio illuminante: il lungo apprendistato gli permette di capire "la peculiarità del bambino" ma non riesce a "gestirlo" e opta per l' esclusione!

"Forse un giorno qualcuno escogiterà un sistema per arrivare a questi giovani studenti con metodi di insegnamento diversi, così che la loro ansia non li paralizzi più e il loro potenziale intellettivo possa realizzarsi. Nel frattempo, sarebbe utile che gli insegnanti non mandassero questi bambini fuori dalla classe a causa del cattivo comportamento o della disattenzione. Questa è una forma di rifiuto e riesce solo ad alzare il livello di ansia e a rafforzare la loro convinzione di essere cattivi e pieni di difetti. Quando un bambino si comporta in maniera inappropriata, un metodo efficace consiste nel mettergli una mano sulla spalla e dire qualcosa come: -Sembra che tu stia passando un momento difficile. Perchè non ti riposi un attimo (oppure vai a bere un bicchiere d'acqua o a sederti sulla seggiola a dondolo ...finchè non ti senti meglio e sei pronto a riprendere il lavoro?-. Il riconoscimento dei sentimenti del bambino, piuttosto che una critica del suo comportamento, ha su di lui un effetto calmante e positivo. Anche se deve stare isolato in aula, è sempre meglio che mandarlo fuori (respingendolo). Tutti quei compiti a casa sono veramente necessari o sono un modo per tenerli occupati? E' importante essere onesti e dare ai bambini ansiosi solo quel carico di lavoro che possono svolgere". (op.cit)

"I protocolli e le carte d'intenti sono solo il primo fondamentale passo per la tutela dei bambini adottati (su questo tema vedi post martedì 7 febbraio 2012 http://adozionescuola.blogspot.com/) ma devono necessariamente essere intrecciati e sostenuti da una formazione degli insegnanti e dei dirigenti, in modo che ognuno acquisisca la sensibilità necessaria verso la tematica dell'adozione. Credo che la scuola diventi momento cruciale per l'osservazione (che dovrebbe essere quasi "clinica") del comportamento dei bambini adottati". E' ancora la mamma adottiva e insegnante che scrive (il rimando al blog è nostro) e noi siamo d'accordo con lei. Non è certo compito della scuola curare il trauma degli adottati ma la scuola e la famiglia possono aiutare questi bambini a gestire le loro difficoltà e a tenere sotto controllo l'ansia e i sentimenti più distruttivi (collera, rabbia, vergogna, disperazione, ecc.).

"C'è anche da chiedersi dove arriva il compito della scuola", è la domanda che ci pone la Dott.ssa Botta, con riferimento, in particolare, alle fasce di età più adulte (quelle più problematiche e ad alto rischio). Azzardiamo una nostra risposta. Il ragazzo adottato non è un malato, è un ragazzo ferito, un "reduce di guerra": la scuola non può ignorare i suoi sentimenti. Quando noi scriviamo che" in Ticino stiamo iniziando un lavoro nella scuola ponendo l'accento sull'importanza dell’ascolto della sofferenza e della solitudine dei bambini adottati" intendiamo parlare di questo. Riconoscere le difficoltà dei nostri figli, dare un nome ai loro sentimenti, parlare delle loro e delle nostre ferite non vuol dire fare dei nostri figli dei diversi, loro sono dei diversi, così come io che scrivo, mamma adottiva, sono diversa dalla mamma di nascita dei miei figli, sono la mamma che li aiuta a crescere ma non sono la sola mamma! Occorre un po' di coraggio per parlare di "diversità", "trauma", "ferite", "difficoltà","omogeneità di comportamenti". Non parlandone aiuteremmo meglio i nostri figli? Sono sicura di no, perchè è proprio dall'accettazione della diversità che è iniziato il nostro percorso di crescita insieme ai nostri figli.

Certo non tutti i problemi cognitivi e comportamentali derivano dall'adozione ed è chiaro che la riuscita scolastica dipende anche e soprattutto dalle risorse personali del bambino/ragazzo e dalla sua capacità di utilizzarle al meglio. Ma perchè dobbiamo avere paura ad affermare che i nostri figli hanno dei comportamenti molto simili, indipendentemente dal modello educativo utilizzato dalla famiglia e che tali comportamenti possono essere descritti e spiegati agli insegnanti, agli amici, ai parenti, a tutti coloro che entrano in relazione con loro?

Il mancato riconoscimento della diversità può portare negli anni (di solito all'ingresso nella scuola media o, in alcuni casi, quando vi arrivano, alle superiori) a dei problemi ancora più difficili da gestire, soprattutto quando si dà per scontata l'acquisizione di regole e comportamenti. A questo punto il ragazzo, diventato ingestibile, corre veramente il rischio di essere considerato "malato" e la medicina ancora più pericolosa della malattia. Una diagnosi di "personalità limite o bordeline" toglie ogni speranza e ogni futuro.

Detto questo, partire dalla differenza tra figli/allievi adottivi e figli/allievi biologici (non tutti i genitori adottivi amano il temine biologico: c'è chi preferisce naturale, di nascita o altro, ma noi da tempo abbiamo deciso di non lasciarci coinvolgere in queste disquisizioni) ci sembra un buon inizio, se non altro utile; e altrettanto utile dialogare con la scuola per far conoscere "la straordinaria omogeneità di problemi comportamentali dei nostri figli". E poi ognuno faccia il suo mestiere. "E' importante non contrapporsi -scrive un'operatrice specializzata nella prevenzione e nel trattamento dei disturbi del linguaggio dei bambini- uscire dalla bolla della propria formazione ma continuando a fare solo la propria professione (...). Penso ad un mosaico dove ogni professionalità apporta il suo tassello (...).Siamo fortunate, c'è un gran dibattito da tempo sull'adozione e noi ci siamo dentro. L'adozione è complessa, per questo si prospettano tante difficoltà e sfaccettature, per questo il percorso di necessità è complesso e meno male...".



sabato 28 gennaio 2012

Adozione e scuola: le nostre riflessioni

Stilare protocolli di accoglienza e/o tracciare linee-guida per insegnanti è cosa buona e utile, ma non sufficiente. Occorre fornire agli operatori scolastici (direttori, esperti, insegnanti di sostegno, coordinatori e rappresentanti di classe) precise indicazioni su “come funzionano” i bambini/ragazzi adottivi.

La scuola valorizza le diverse abilità e competenze degli allievi, dispone di personale specializzato in grado di affrontare le difficoltà specifiche nell’apprendimento (dislessia, discalculia, ecc.); ma non è attrezzata per accogliere bambini/ragazzi traumatizzati.

L’esperienza delle famiglie e delle associazioni di genitori adottivi, i numerosi studi sull’argomento, l’esperienza degli operatori specializzati in adozione (ora in fase di formazione anche in Ticino, anche se solo a livello personale) sono un valido aiuto alla comprensione della problematica.

Il problema è sottostimato per almeno due ragioni: la convinzione, ancora diffusa, che l’inserimento del bambino nella nuova famiglia sia di per sé risolutivo di ogni difficoltà e l’apparente facilità con cui la gran parte dei bambini dimostra di sapersi adattare alla nuova situazione.

Gli insegnanti devono sapere che gli adottati possono presentare problemi relazionali gravi che compromettono la formazione di nuovi legami, l’accettazione delle regole, la condivisione di un progetto, la costanza nel lavoro e sono facilmente soggetti a improvvisi e gravi cedimenti emotivi, che possono portare all’abbandono scolastico spesso seguito da quello famigliare.

A differenza dei coetanei, che trovano nell’apprendistato e nel lavoro una valida alternativa allo studio, le abilità tecniche (se acquisite) si rivelano insufficienti perché non sostenute da autostima e capacità di tollerare le frustrazioni.


Da dove partire

• Esiste una “specificità” dell’allievo adottato che rende la sua condizione diversa da quella dei coetanei: non è vero che “i bambini sono tutti bambini, che l’adozione è una fortuna, che il passato è passato”(1) ;

• specificità non vuole dire patologia, né tanto meno artificio per pretendere indulgenza da parte degli operatori della scuola;

• la scuola deve sapere che i figli adottivi sono diversi dai figli biologici. Il trauma della perdita della mamma di nascita (indipendentemente dall’età dell’abbandono) lascia una profonda ferita che impedisce di pensare, esplorare il mondo e imparare dall’ esperienza;

• occorre tempo per elaborare il lutto della perdita (non solo della mamma ma di tutto un mondo), colmare la frattura di una vita spezzata (tra prima e dopo l’adozione) e sperimentare la serenità trasmessa da un accudimento amorevole;

il trauma patito nella prima infanzia genera un problema di attaccamento che rende difficoltosa la creazione dei nuovi legami. L’ansia del bambino/a di compiacere i suoi neogenitori (veri e propri “salvatori”) può trarre in inganno ed affrettare i tempi di inserimento a scuola;

prima di insegnare a leggere, a scrivere e a far di conto, bisogna insegnare ai bambini ad ascoltare il proprio corpo (fame, sete, caldo, freddo, ecc.), a non avere paura dei sentimenti, a dare un nome alle emozioni, a fare propri i nuovi ritmi (studio-gioco, veglia-riposo), a guardarsi allo specchio e notare i cambiamenti intervenuti (se cambia il corpo, anch’io potrò cambiare, diventerò più sicuro, ecc.);

i genitori adottivi spesso sopravvalutano la riuscita scolastica dei figli e attendono con ansia i primi risultati. Hanno bisogno di conferme: della “normalità” del bambino/a e delle loro capacità genitoriali;

• le neuroscienze hanno ampiamente dimostrato che lo sviluppo del cervello (del sistema limbico, regolatore delle emozioni, e della corteccia cerebrale, che permette il pensiero astratto) si completa nel corso dei primi anni di vita sulla base dalle esperienze sensoriali e degli stimoli ambientali;

• il trauma dell’abbandono ha conseguenze sulle capacità cognitive, affettive, sociali e naturalmente fisiche e psichiche del bambino e poi dell’adulto. I tempi e le modalità in cui tali interferenze si manifestano variano da soggetto a soggetto: ogni adottato ha una sua storia unica e irripetibile;

l’esposizione prolungata allo stress (assenza di cura, trascuratezza grave, maltrattamenti, abusi, ecc.) costringe i bambini/ragazzi a vivere in uno stato di costante allerta, di iper-vigilanza, che non dà tregua e che spaventa: ”Perché io sono così?”. Vorrebbero impegnarsi, riuscire a scuola, portare a termine un progetto, ma non ce la fanno e allora ingannano loro stessi: “non riesco, perché ho deciso di non impegnarmi”;

l’elaborazione di comportamenti adattivi alla realtà trae in inganno gli adulti: gli alunni adottati, in generale, si presentano come allievi simpatici, vivaci, intelligenti, che trasmettono ottimismo e rassicurano sulla buona riuscita nella vita;

• l’esperienza raccolta dalle famiglie conferma che è solo un problema rimandato. Le difficoltà scolastiche possono manifestarsi dopo anni, talvolta quando i ragazzi/e frequentano la scuola secondaria di I o II grado, o un apprendistato, dopo un percorso “apparentemente” buono. Gli insegnanti e i datori di lavoro (e naturalmente i genitori) pur disponibili, non riescono a capire e sottovalutano questo improvviso e inatteso cortocircuito della mente o lo spiegano, sbrigativamente, in termini di fisiologica e momentanea battuta d’arresto dovuta all’età;

• è qualcosa di ben più complesso: l’emergere, a distanza di anni, delle emozioni violente legate all’abbandono (rabbia, sfiducia, aggressività) e dei comportamenti (vagabondaggio) della prima infanzia. Il trauma sopito e non rielaborato si ripresenta in una nuova veste altrettanto devastante: l’abbandono scolastico spesso si accompagna alla negazione del legame filiale: “Non sei mia madre/padre!”. Questa presa di distanza dalla famiglia (vista come limitante e repressiva) spaventa i genitori e, di riflesso, aumenta lo smarrimento e la rabbia dei figli. Le loro reazioni sono fuori controllo e difficilmente arginabili; è come se si trovassero immersi in un gorgo mortale in cui cercano di reagire con gesti fuori controllo (probabilmente una reazione molto simile a quella avuta da bambini (“ferita primaria”) (2);

• se l’esposizione al trauma è il tratto distintivo dell’esperienza di ogni adottato, ognuno di loro reagisce con modalità proprie. Li accomuna la convinzione di essere indegni di amore (3) (si percepiscono come malvagi a causa dell’abbandono subito e da essi stessi procurato) e ciò condiziona il modo in cui si relazionano con i coetanei e con l’autorità (genitori, maestri, direttori, ecc.);

• alcuni si dimostrano compiacenti con tutti, non riuscendo ad essere selettivi negli affetti (devono piacere a tutti per sentirsi accettati); altri sviluppano comportamenti oppositivi e provocatori, che suscitano nell’interlocutore (famigliari, insegnanti, coetanei, ecc.) reazioni di chiusura, rabbia e distacco, le sole che questi ragazzi conoscono e sanno gestire;

• sono dinamiche acquisite che hanno messo radici (le connessioni celebrali createsi rendono impossibile agire in modo diverso). La situazione è cambiata, le persone sono disposte a dare loro fiducia e essi potrebbero “facilmente” cambiare, ma per loro nulla è cambiato: resta immutata la convinzione di non poter sfuggire al destino che li vede perdenti e maledetti. Questa d’altra parte è la sola reazione di cui hanno avuto esperienza;

il pericolo è scambiare i comportamenti di questi ragazzi/e per la loro vera indole. Occorre, invece, andare oltre la “maschera” e aiutarli a scoprire il loro vero Io;

• ora allievi modello, ora figli ingestibili, o viceversa. Comportamenti contrastanti che disorientano insegnanti e genitori e possono portare a reciproci irrigidimenti e palleggio di responsabilità. Da qui l’importanza di un dialogo costruttivo e continuo, di un patto educativo tra adulti che riconoscono di avere tante cose da imparare, ascoltandosi;

l’adozione non è un fatto privato, interno alla famiglia. Per curare le ferite degli adottati occorrono delle competenze specifiche. I genitori e gli insegnanti non devono essere lasciati soli, hanno bisogno del sostegno di professionisti competenti, specializzati in adozione, pronti ad elaborare e condividere strategie mirate;

• infine, ma non certo per ultimo, occorre riflettere sul condizionamento esercitato dall’attuale imbarbarimento culturale, promosso da una classe politica in cerca di consenso, che ha sostituito i valori dell’accoglienza con quelli del sospetto e dell’esclusione; che rema contro l’integrazione e parla di pericolo del diverso (soprattutto se di colore). E’ in questo contesto svalorizzante che noi chiediamo/pretendiamo dai nostri figli di sentirsi “uguali” ai loro coetanei e di correre, correre senza fermarsi, per stare al loro passo. Dovremmo, invece, fermarci un attimo a riflettere, così da poterci accorgere che proprio i nostri figli feriti “hanno una marcia in più nella comprensione delle cose della vita, nella lettura dei fatti”.(4) Sono portatori di saperi e di abilità diverse dalle nostre: un vero tesoro che ha solo bisogno di essere portato alla luce.

(1) Anna Guerrieri e Monica Nobili,"Raccontare l'adozione a scuola",Associazione Genitorisidiventa Onlus
(2) Nancy Newton Verrier,"La ferita primaria"
(3) Nancy Newton Verrier, "Renouer avec soi"
(4) Anna Guerrieri e Monica Nobili, op. cit.

giovedì 12 gennaio 2012

Imparare ad educare

Un figlio adottivo, ormai grande, ci ha scritto (http://www.spazioadozione.org/ "Imparare ascoltando i figli") quanto sia difficile per un genitore conoscere il proprio figlio: “prima lo educhi e poi lo conosci”. In effetti  a me è successo proprio questo. Ho iniziato il mio percorso adottivo completamente ignara delle problematiche che avrei incontrato, rassicurata dall’assistente sociale di turno che me la sarei cavata senza problemi. Questa era, e purtroppo  è ancora oggi, la convinzione di chi opera in Ticino: con l’amore si superano tutte le difficoltà.
 
Conoscere come i bambini vivono l’abbandono ( come reagiscono alla perdita, quali comportamenti mettono in atto per non sentirsi vulnerabili, perché non riescono a liberarsi del profondo senso di colpa, perché restano ostaggio del trauma e hanno difficoltà a costruire nuovi legami, ecc.) è stato determinante per iniziare a capire e a comprendere. La conoscenza, invece, è qualcosa che si costruisce giorno per giorno: pensi di avercela fatta e poi ti accorgi che le cose non quadrano ancora. D’altra parte è difficile conoscere qualcuno che ha bisogno di “mimetizzarsi”, di nascondersi dietro una “maschera”, che ti chiede: “ma io chi sono veramente?”
 
Sono convinta, partendo dall’ esperienza condivisa con i genitori di Spazioadozione, che far conoscere la realtà dell’adozione debba essere il nostro obiettivo primario.
“Prima lo educhi e poi lo conosci”, è vero, ma abbiamo bisogno di imparare ad educare per poi condividere la nostra esperienza con gli insegnanti delle scuole, che hanno il difficile compito di accompagnare i nostri figli ad esplorare il mondo.

lunedì 19 dicembre 2011

...è come l'acqua che evapora

"Una madre è come una sorgente di
montagna che nutre l 'albero alle sue
radici, ma una donna che diventa
madre del bimbo partorito da un'altra
donna è come l'acqua che evapora fino
a diventare nuvola e viaggia per lunghe
distanze per nutrire un albero solo nel
deserto" (Talmud)

da Barbara Waterman, “La nascita di una madre. Relazioni di attaccamento di madri non biologiche”
ed. Ma.Gi. (collana Psicologia infantile)

Trauma e genitorialità

Si è tenuto oggi a Milano, presso il Centro Congressi di via Corridoni 16, la giornata studio sul tema Trauma e genitorialità: relatori Patricia Crittenden affiancata da Andrea Landini.
Digitare pmcrittenden@gmail.com per Handouts DMM News in italiano.
Nel pomeriggio è seguita una tavola rotonda sul protocollo per la valutazione forense degli attaccamenti famigliari della International Association for the Study of Attachment. Partecipanti: Laura Laera, Cecilia Ragaini, Luca Villa, Francesco Vadilonga

PROGRAMMA
http://www.provincia.milano.it/export/sites/default/affari_sociali/Eventi/sp_trauma_genitorialita-19dic2011.html

lunedì 21 novembre 2011

A Milano direttamente da casa!

Il CIAI (Centro Italiano Aiuti all’infanzia) ci segnala che

- ci sono ancora posti disponibili per il seminario di approfondimento per famiglie e operatori "Creare il legame genitore-figlio con un bambino già grande" (relatore dr.ssa A. Santona) - sabato 3 dicembre 2011 ore 9.00-13.00, Milano. C'è la possibilità della partecipazione anche in livestreaming, con la stessa modalità di adesione e quota di partecipazione.
Per scaricare il programma cliccare qui.
Per scaricare il modulo d'iscrizione cliccare qui.

- fino al 22 dicembre sono aperte le iscrizioni al corso operatori "Formazione e Supervisione sull'adozione", in calendario a Milano da gennaio a maggio 2012. Sono stati attribuiti 25 crediti formativi per Assistenti Sociali.
Per scaricare il programma cliccare qui.
Per scaricare il modulo d'iscrizione cliccare qui.

- fino al 15 gennaio sono aperte le iscrizioni al corso operatori "Conoscere e sostenere la famiglia adottiva", in calendario a Monopoli il 25-26 gennaio 2012.
Per scaricare il programma cliccare qui.
Per scaricare il modulo d'iscrizione cliccare qui.

Per maggiori informazioni sui seminari e corsi di formazione potete contattare
uff. Centro Studi, Formazione e Educazione
Via Bordighera, 6
20142 Milano
tel. 02. 84 84 44 27-28
fax. 02. 84 67 715
www.ciai.it

Cordiali saluti
Maria Forte

domenica 18 settembre 2011

Un sito tutto nostro

Il nostro sito è da oggi on line. http://www.spazioadozione.org/
Spazioadozione ringrazia Piergiuseppe Milanesi per la disponibilità, la pazienza e l'affetto con cui ha guidato Fausta nel lungo lavoro di allestimento. Sono ancora parecchie le cose da perfezionare e lo faremo con calma nei prossimi mesi, anche con il contributo dei nostri lettori.